di Alessia Cerantola

L’incidente di Fukushima sta condizionando il futuro di intere aree che ruotano attorno al nucleare. Tra queste c’è Rokkasho-mura, una città affacciata sul Pacifico, nell’estremo nord della regione del Tohoku, dove dovrebbero essere portate le scorie radioattive dell’impianto di Fukushima Daiichi per essere stoccate e trasformate in nuovo combustibile.

Attorno a questo complesso di rigenerazione si sono costruiti centri di ricerca e si sono sviluppate altre attività più o meno direttamente legate al nucleare, che hanno trasformato Rokkasho-mura in un polo d’attrazione per studiosi e lavoratori da tutto il Giappone e d’oltremare.

Eppure, nonostante la rilevanza del posto, la città non è collegata con la rete ferroviaria e il servizio di autobus è pressoché inesistente. Dalla più vicina stazione di Misawa, non resta che raggiungerla in auto. “Qui si parlava di portare l’alta velocità (lo Shinkansen), ma poi hanno fermato tutto, non si sa perché”, spiega il tassista, un uomo sulla sessantina che si offre di arrivare fino all’impianto, nonostante una forte nevicata renda impercorribili le strade.

All’improvviso si intravede un cancello sorvegliato e metri di filo spianato. L’uomo comincia a parlare in inglese per spiegare che lì si trova la base americana di Misawa dove spesso si porta i soldati e famiglie. Infine passa orgoglioso a qualche parola in francese. A quanto pare, trattandosi di nucleare, i francesi sono tra i clienti più frequenti di questa tratta. Dopo un’ora di stradine in mezzo a distese di campi boschi innevati, si apre improvvisamente una superstrada, quella che porta a Rokkasho-mura. Nel nome è già racchiusa l’origine della città, nata nel periodo Meiji (1868-1912) dall’unione di sei, roku in giapponese, villaggi.

Ha una superficie più estesa della Repubblica di San Marino, ma una popolazione di poco più di 11mila abitanti. Fino gli inizi del secolo scorso era una zona talmente povera, vivendo di solo allevamento e pesca, da essere chiamata la Manciuria del Giappone. Finché negli anni ottanta è stata designata come la sede per la creazione degli impianti di riprocessamento delle scorie nucleari, e si sono cominciati a costruire fabbriche ed edifici. Tanto che nel 2008 lo stipendio medio annuale di un lavoratore di Rokkasho-mura è arrivato a 125mila euro, sei volte superiore rispetto a quello degli abitanti della restante prefettura di Aomori in cui si trova la città. Oggi è una riserva d’energia talmente importante, che se il Giappone dovesse restare senza elettricità i suoi serbatoi di carburante e i 70 impianti eolici da 1 MW ciascuno sarebbero in grado di mantenere l’intero paese per una settimana.

Subito dopo l’emergenza del terremoto e alla centrale di Fukushima, sono entrati in azione per qualche giorno. Dal centro alla periferia dell’intera città di Rokkasho-mura si vedono pannelli solari nelle abitazioni, pale eoliche agli angoli delle strade, mentre cartelloni pubblicitari ricordano l’importanza di risparmiare energia nelle abitazioni. “Qui la qualità della vita è molto alta”, conferma Giuseppe Pruneri, coordinatore di un progetto euro-giapponese per lo sviluppo di un prototipo d’acceleratore a Rokkasho. “È tutto bene organizzato, ci sono spazi ricreativi e verdi per adulti e bambini. Anche se di bambini non ce ne sono molti, a dire il vero. Io ogni sabato corro lungo perimetro dell’impianto di riprocessamento di Rokkasho. Sono esattamente 22 chilometri, quasi una mezza maratona”.

Il posto a prima vista sembrerebbe un vero modello di virtuosa città ecologica se proprio nel sottosuolo di questo complesso non si trovassero stoccate tonnellate di scorie radioattive provenienti dalle centrali del paese, compresa Fukushima Daiichi. Poco più a nord di Rokkasho-mura si trova il deposito di Mutsu, in cui 3mila tonnellate di combustibile spento è pronto ad essere rivestito e immagazzinato in attesa di nuova sistemazione. Dopo un anno di sospensione per controlli, il 16 marzo sono ripresi i lavori di realizzazione della struttura, per ora ancora a metà. Da anni l’ambizioso progetto di Rokkasho è quello di riutilizzare tutto il plutonio residuo della fissione nucleare in Giappone per unirlo con l’uranio e creare il cosiddetto MOX (Mixed Oxide Fuel), un combustibile che alcuni esperti ritengono più costoso e pericoloso.

“Noi riteniamo che il MOX sia sicuro”, spiega un portavoce del Japan Nuclear Fuel Centre che gestisce il progetto di Rokkasho. “Il fatto che contenga plutonio rende il livello di radioattività più alto, ma prendiamo le dovute misure di sicurezza perché non abbia conseguenze nell’ambiente circostante. Bisogna anche tener presente che il MOX viene usato da 40 anni con successo in tutto il mondo”. L’impianto di Rokkasho, iniziato nel 1993 doveva essere terminato nel 1997, ma la sua inaugurazione è stata rimandata finora venti volte. L’ultima è stata il 29 febbraio scorso, quando la Japan Nuclear Fuel che gestisce il centro ha annunciato che per problemi tecnici i test preliminari di circa cinque, sei mesi necessari per l’avviamento slittano a fine aprile. Sulla data della definitiva attivazione dell’impianto rimane quindi un punto di domanda. E intanto le spese preventivate per la realizzazione continuano ad aumentare.

“I costi finora sono quasi triplicati, siamo arrivati a 20 miliardi di euro. Da adesso in poi ne serviranno altri 180 miliardi e forse non basteranno. Ma il Giappone è a secco”, spiega Satoshi Kamata, giornalista che da anni si occupa di Rokkasho. “Il sogno di riprocessare il combustibile nucleare è un fallimento”, aveva dichiarato in un’intervista all’Asahi Journal Hiroaki Koide, professore del Research Reactor Institute dell’università di Kyoto. Il motivo di questo insuccesso, secondo Koide, sta nel fatto che l’energia nucleare non è nata per scopi civili, ma militari e la quantità di plutonio 239 necessaria per il rigeneratore di Rokkasho è di circa 20-30 punti percentuali superiore a quella necessaria per costruire armi nucleari. Un livello difficile da raggiungere.

“Per ora sono solo miliardi di yen buttati nella fogna”. C’è inoltre da considerare il rischio di un terremoto o uno tsunami, come quelli dello scorso 14 marzo, che rischiano di causare una nuova catastrofe umana e ambientale. Inoltre, anche se l’impianto è stato disegnato per consumare l’80 percento del combustibile esausto degli altri reattori in Giappone, i continui ritardi nella sua attivazione e le dimensioni ridotte del progetto fanno pensare che bisogna d’urgenza trovare altre soluzioni per le scorie accumulate finora nel paese. In questo momento, per di più, si aggiunge il fatto che dopo l’incidente di Fukushima solo due dei 54 reattori del paese sono ancora in funzione, ancora per poco, e il futuro del nucleare nell’arcipelago rimane incerto, come quello di Rokkasho.

Di fronte alle critiche e allo scetticismo degli esperti, il Japan Nuclear Fuel centre risponde deciso. “Noi non abbiamo intenzione di cambiare i nostri piani. Dall’incidente di Fukushima non abbiamo più ricevuto combustibile spento da quella centrale, ma aspettiamo fiduciosi la decisione del governo. Il Giappone è un paese povero di fonti di energia, come l’Italia, ed è necessario contare su tutti i tipi di energia possibili (lett.te in gp ha detto best mix), incluso quella nucleare. In questo senso si può dire che il riprocessatore sia necessario per la sicurezza dell’ambiente e per preservare le risorse energetiche”.

Alcuni temono che se il progetto non dovesse andare avanti, ci potrebbero essere conseguenze per il futuro dell’intera città di Rokkasho-mura. Dal punto di vista occupazionale, secondo alcuni le conseguenze di un eventuale interruzione del programma non sarebbero tuttavia così disastrose per Rokkasho-mura, perché l’industria locale si sta diversificando. “Qui si stanno portando avanti anche altri progetti”, spiega Tsuyoshi Suzuki, direttore generale del centro di ricerca e sviluppo del Japan Atomic Energy Agency di Aomori, slegato dall’impianto di fissione, e dove ci si occupa solo di fusione e ingegneria termoidraulica.

“Anche se si dovesse fermare la produzione di energia nucleare in Giappone, non penso che questo avrebbe conseguenze sul destino della nostra attività e dell’intera città”. Ma se si considera che nel solo impianto di Rokkasho lavorano 300 persone, oltre a quelle dell’indotto che lo alimenta, si capisce quanto sia importante per l’area che il complesso cominci a funzionare. In una città in cui l’opposizione al progetto, a partire dall’amministrazione locale compatta in difesa del nucleare, è quasi inesistente, sono in molti a continuare a sperare che quello di Rokkasho sia la via del futuro. Per ora tuttavia, rimane solo il simbolo di un’energia nucleare sempre più ingombrante e difficile da collocare.

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