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di Lorenzo Bodrero

«Ci getti monnezza e esce oro». La celebre frase di un camorrista intercettata dagli inquirenti ormai venti anni fa deve essere risuonata particolarmente famigliare ad Antonello Pianigiani. Il noto imprenditore, presidente della Pianigiani Rottami e del Poggibonsi Calcio, è infatti tra gli arresti eccellenti dell’operazione Transformers, l’ultima in ordine di tempo sul traffico illecito di rifiuti. Insieme a lui, lo scorso 13 marzo sono scattate le manette anche per la moglie Antonietta Panarelli, vicepresidente del Poggibonsi e amministratrice unica dell’azienda SIR. Coordinata dai Carabinieri del Noe di Grosseto e partita da Siena, l’operazione si è estesa in mezza Italia: Toscana, Puglia, Umbria, Emilia Romagna, Lazio e Molise.

Ma non si trattava esattamente di “monnezza” bensì di rifiuti provenienti dalla rottamazione di veicoli, che venivano poi utilizzati dalla Pianigiani Rottami come base per la produzione di Combustibile derivato dai Rifiuti (Cdr). Il Cdr naturalmente contiene sostanze dannose per la salute e per l’ambiente ma veniva classificato come non pericoloso dall’azienda, che secondo gli inquirenti innescava così un traffico illecito di rifiuti pericolosi. Un giro d’affari da 5 milioni di euro per un totale di 50 mila tonnellate trafficate illegalmente e destinate alle discariche di tutta Italia.

L’imprenditore camorrista

L’accusa ai danni dei coniugi è di traffico illecito di rifiuti pericolosi e di associazione a delinquere. Ma i rifiuti, non erano prerogativa delle nostre mafie? Secondo gli inquirenti e gli esperti del settore la figura del camorrista imprenditore si è ormai estinta. Il ruolo di primo piano in questo lucroso traffico illecito, capace di generare un fatturato di 3,1 miliardi di euro nel 20111, è oggi ricoperto dall’imprenditore camorrista.

Noti e meno noti uomini di affari, titolari di aziende regolarmente registrate con partita Iva, che pagano le tasse e stipendiano i propri dipendenti e che all’apparenza hanno bilanci trasparenti, stanno modificando la natura stessa del mercato illecito dei rifiuti. L’imprenditore camorrista è un imprenditore a tutti gli effetti. Ma la crisi o la prospettiva di ingenti guadagni aprono crepe in cui si insinua il clan mafioso o addirittura è lui stesso a farsi promotore di un servizio realizzabile solo con la complicità della criminalità organizzata, con cui poi spartirsi i profitti. L’imprenditore camorrista è «uno che sta a disposizione del clan»2, come lo descrive il pentito Gaetano Vassallo.

Ecocrimini

€ 300 mld i profitti dell’ecomafia dal 1992

€ 16,6 mld di profitti nel 2011

33.817 gli ecocrimini denunciati nel 2011

8.765 beni confiscati nel 2011

 

Rifiuti SpA (2011)

346.000 t di rifiuti speciali confiscate

7.400 t di rifiuti speciali confiscate in aree doganali

5.284 crimini

228 persone denunciate

147 persone arrestate

17 inchieste aperte

52 aziende coinvolte nelle inchieste

Fonte: Legambiente, Rapporto Ecomafia 2012

 

Secondo il sostituto procuratore presso il tribunale di Napoli Maria Cristina Ribera, «Mentre 20-30 anni fa il camorrista si dedicava anche a questo ambito economico, ci troviamo di fronte a soggetti che formalmente non hanno nessun contatto con la criminalità organizzata. Il rapporto tra i due è molto complesso e, molto spesso, è assai difficile dimostrarlo giudiziaramente». E’ un cambiamento che rende più difficile il contrasto alla criminalità organizzata nel settore delle imprese, anche perchè spesso queste aziende hanno esperienza decennale nel mercato e non hanno incontrato difficoltà nell’ottenimento del certificato antimafia. Un’evoluzione perversa e niente affatto rara di questa figura è invece quella che racchiude in un soggetto solo i ruoli di mafioso, imprenditore e politico.

Ciò avviene quando i confini tra le tre figure si fanno sempre più sfumati e chi le impersona è in grado di tirare i fili di un sistema criminale quasi perfetto. E’ questa, per esempio, l’accusa che muove la procura antimafia di Napoli contro Nicola Cosentino, «rinviato a giudizio alla fine del 2010 per concorso esterno in associazione mafiosa: sottosegretario all’economia, imprenditore del settore degli idrocarburi, sponsor politico del Consorzio dei rifiuti Caserta4 e, secondo i magistrati, legato al clan dei Casalesi, fazione Bidognetti»3.

I nuovi attori

Le mafie nostrane, dunque, giocano un ruolo rilevante e essenziale, ma non esclusivo. Le ecomafie del terzo millennio sono infatti anche, e soprattutto, costituite dai colletti bianchi: imprenditori, ingegneri, avvocati, funzionari pubblici e notai in grado di mettere in campo un know-how tecnico e una rete di relazioni – nel mondo imprenditoriale e politico – oggi indispensabile. E se gli attori cambiano pelle, anche le rotte si spostano. Il Rapporto Ecomafia 2011 dell’associazione Legambiente infatti ha evidenziato come la tipica direttrice lineare nord-sud sia ora affiancata da una rotta circolare, capace di coinvolgere tutte le regioni italiane, ad eccezione – per ora – della Valle d’Aosta. E’ così che, per esempio, i rifiuti pugliesi finiscono in Emilia Romagna, come rivelato dall’operazione Clean cars nel maggio 2010.

Evolvi o muori

Sono segnali che, nonostante un fatturato annuo da capogiro e 13,3 milioni di tonnellate di rifiuti sparite nel nulla, suggeriscono un paradigma che pare sia diventato la parola d’ordine per le ecomafie: evolvi o muori. A conferma di ciò vi è la tendenza sempre più frequente di abbandonare il modello delle megadiscariche abusive e di puntare maggiormente sulla filiera del riciclo. E’ infatti piuttosto alta l’attenzione mediatica e sociale sul traffico di rifiuti, le discariche abusive danno nell’occhio e le conseguenze sulla salute delle popolazioni limitrofe accendono riflettori che gli ecocriminali non vogliono.

E se intere zone dell’Italia sono sature di rifiuti e definitivamente compromesse – è il caso del “triangolo della morte”4 dell’agro nolano, tra i comuni di Nola, Acerra e Marigliano, dove l’indice di mortalità per tumore al fegato ogni 100 mila abitanti sfiora il 35,9% per gli uomini e il 20,5% per le donne, rispetto a una media nazionale che è del 14 – allora spesso conviene portare i rifiuti oltre i confini nazionali. Intere navi cargo, colme di rifiuti, salpano dai porti di Taranto, Venezia, La Spezia, Napoli, Trieste e Ancona (per citarne solo alcuni) dove nel solo 2010 le dogane hanno sequestrato oltre 11.400 tonnellate di rifiuti.

Un tesoro su gomma

Sono circa 80.000 le tonnellate di PFU che ogni anno spariscono nel nulla, circa un quarto del totale dei pneumatici immessi in commercio. Sono i dati raccolti dal consorzio Ecopneus, società consortile senza scopo di lucro creata nel 2009 per monitorare il rintracciamento, la raccolta, il trattamento e la destinazione finale dei PFU in Italia. Il 7 settembre 2011 è entrato in vigore il sistema di gestione di Ecopneus su tutto il territorio nazionale. «I fenomeni di abbandono a cui siamo stati abituati fino a qualche mese fa andranno a ridursi drasticamente fino a scomparire, grazie ad un sistema informatico innovativo che traccia il percorso del rifiuto dal punto della sua generazione fino all’impianto di recupero», fa sapere la società.

Abbandonati in campagna, adoperati come materiale comburente o trasportati, illegalmente, oltreoceano: sono questi i destini più frequenti a cui vanno incontro i pneumatici italiani. Cina, Hong Kong, Malesia, Russia, India, Vietnam, Egitto, Ghana, Nigeria, Senegal, Grecia, Turchia, Marocco sono le destinazioni principali. Un traffico enorme che, insieme al ciclo illegale di PFU dentro i confini itlaiani, è capace di generare un danno economico complessivo per le casse dello Stato tra il 2005 e il 2011 di circa 2 miliardi di euro.

A caccia di ecocriminali

Dal 2002, con l’introduzione dell’articolo 260 nel codice penale, è possibile perseguire gli ecocriminali per reato di “traffico organizzato di rifiuti”. Sono 1.091 le persone arrestate, 679 le aziende coinvolte e 183 le inchieste aperte fino ad aprile 2011 per traffico illecito di rifiuti. «Il 260 è l’unico delitto che prevede una pena che consente l’arresto di ecocriminali – afferma il procuratore Donato Ceglie, per anni im prima fila nella lotta alle ecomafie. «Il bilancio è fino ad oggi molto positivo, pari solo all’introduzione del reato di associazione mafiosa». Così come accade per il contrasto ai clan mafiosi, Ceglie sostiene che un vero ed efficace contrasto «possa avvenire colpendo le società che delinquono e i loro capitali. In questo senso è entrata in vigore una nuova norma impostaci dall’Unione Europea che prevede la responsabilità delle persone giuridiche per gli ecocrimini. E’ di per se importantre ma è necessario che qualcuno la faccia rispettare tramutandola in legge ufficiale». Maria Cristina Ribera, sostituto procuratore presso il tribunale di Napoli, afferma che «da una semplice risposta di tipo contravvenzionale, grazie all’articolo 260 siamo passati all’utilizzo di intercettazioni telefoniche, all’emissione di misure cautelari e di rogatorie internazionali. Addirittura, applicando l’articolo 7 possiamo ora perseguire l’aggravante di agevolazione mafiosa».

Le risposte di tipo repressivo contro gli ecocriminali possono però ancora migliorarsi. Donato Ceglie auspica un «maggiore coordinamento tra le procure», mentre Maria Cristina Ribera individua «nella prescrizione e nella scarsezza di mezzi e personale a disposizione» i pericoli più concreti. Senza dimenticare che le autorizzazioni per gli impianti di recupero dei rifiuti si basano su autocertificazioni che quindi si prestano facilmente a falsificazioni. «Per come è impostato il sistema – conclude Ribera – i costi per un impianto in regola sono assai superiori dei possibili ricavi, dunque delinquere rimane la strada più logica da seguire in un business in cui, ancora oggi, i guadagni sono altissimi e i rischi di sanzioni molto bassi».

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