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di Guia Baggi, Lawrence Marzouk, Marjola Rukaj, Lorelei Mihala e Remy Hersbach

Tonnellate di rifiuti tossici – tra cui batterie al piombo (usate da gran parte dei veicoli), medicine scadute e residui di olio – sono importate in Albania dall’Italia nonostante i divieti e l’arretratezza dell’industria locale del riciclaggio dei rifiuti. Un’inchiesta sul mondo dell’esportazione dei rifiuti rivela inoltre che imprenditori italiani sospettati di legami con la criminalità organizzata, gestori del gioco d’azzardo e altri soggetti con precedenti penali per reati economici sono coinvolti nel mercato albanese dei rifiuti. Mentre i tentativi delle Nazioni Unite per evitare che i paesi poveri diventino discariche vengono in gran parte elusi o ignorati.

Nel 2003 l’Albania ha vietato l’importazione di qualsiasi tipo di riiuti, salvo autorizzazione specifica del consiglio dei ministri. Nel 2004, però, un accordo tra l’imprenditore italiano Manlio Cerroni e il governo di Tirana ha segnato l’inizio di una nuova epoca per il commercio dei rifiuti in Albania. Tramite una società che fa parte dell’Albaniabeg ambient, di sua proprietà, Cerroni voleva costruire un inceneritore sull’altra sponda dell’Adriatico per smaltire i rifiuti prodotti in Italia. L’accordo è saltato nel 2005 per la forte opposizione incontrata dall’allora primo ministro Sali Berisha.

Qualche anno dopo, però, lo stesso Berisha ha contattato diverse importanti imprese italiane per costruire in Albania impianti a biomassa, centrali eoliche e permettere altri investimenti su vasta scala. Nel novembre del 2011, sostenendo che la nascente industria albanese del riciclaggio dei rifiuti non poteva sopravvivere solo con gli incassi garantiti dalla spazzatura nazionale, il governo Berisha ha approvato una legge che autorizza l’importazione dei rifiuti inseriti in una cosiddetta “lista verde” di 56 materiali. Dopo le proteste di alcune organizzazioni di cittadini, il ministro dell’ambiente Fatmir Mediu si è impegnato a ridurre a 25 l’elenco dei materiali.

Attività di copertura

In Albania lavorano legalmente già decine di imprese italiane che si occupano dello smaltimento dei rifiuti, come conferma il registro ufficiale delle imprese. Secondo gli esperti del settore, però, spesso le attività legali sono coperture per affari illeciti. Lorenzo Diana, ex senatore DS, oggi nell’Italia dei valori, esperto di mafia, spiega che la criminalità organizzata italiana è entrata nel giro d’affari dell’esportazione dei rifiuti in Albania dopo che le forze dell’ordine hanno contrastato duramente altre attività illecite.

“I rifiuti tossici italiani che spariscono in Albania” è un’inchiesta di Prishtina Insight realizzata con il supporto di SCOOP, un network per i giornalisti investigativi dell’Est e Sud-est Europa.

Anche l’Europol ha chiesto una maggiore attenzione alle attività illecite legate allo smaltimento dei rifiuti. “L’Europol ha riscontrato un aumento nei volumi delle spedizioni illegali di rifiuti oltre confine”, ha aggiunto il portavoce, spiegando che spesso le attività legali vengono usate come copertura per le discariche abusive. “La società A fa un accordo con la società B per smaltire legalmente i rifiuti”, spiega il portavoce. “Poi però si scopre che accanto a questi accordi si svolgono anche operazioni illecite di traffico e smaltimento”. Secondo l’Europol, Albania, Romania e Ungheria sono le principali destinazioni dei rifiuti tossici provenienti dall’Europa meridionale e in particolare dall’Italia.

A causa delle sue attività antimafia Lorenzo Diana vive sotto scorta dal 1994. E’ stato componente di varie commissioni parlamentari sulla criminalità e nel 2006 era stato nominato responsabile nazionale dei Democratici di sinistra per la lotta alle mafie. “I trafficanti di sigarette che prima facevano la spola tra l’Albania e la Puglia a un certo punto hanno detto: ‘Non possiamo più contrabbandare sigarette, dobbiamo cominciare a contrabbandare esseri umani, droga e armi’. Una volta stabiliti i contatti in Albania, hanno cominciato a usare le rotte del contrabbando e del traffico d’armi anche per i rifiuti”, spiega Diana.

Secondo l’ambientalista albanese Lavdosh Ferruni, “le autorità di Tirana non si sono mai seriamente interessate al tema dello smaltimento e il paese è invaso dai rifiuti urbani. Se a questo aggiungiamo quelli provenienti dagli altri paesi, l’inquinamento sarà irreversibile”.

L’Italia è parzialmente riuscita a fermare l’esportazione illegale di rifiuti in Albania, ma alcuni dati confermano che il trasferimento di materiali tossici da un paese all’altro sta proseguendo.

Strutture inadeguate

Il 13 ottobre 2010 gli agenti della dogana italiana sono saliti a bordo di una nave nel porto di Bari e hanno sequestrato 32 lavatrici e 68 frigoriferi per un valore dichiarato di 1.440 euro. I documenti di trasporto erano incompleti. Dopo un’ispezione è intervenuto il Noe (il nucleo operativo ecologico dei carabinieri) ed è stata avviata un’indagine per stabilire se si trattava di un tentativo di portare illegalmente rifiuti elettronici in Albania o, come dichiarato, di un trasporto di beni di seconda mano. L’indagine è in corso e intanto i beni sono stati distrutti.

A luglio dell’anno scorso è stata aperta un’altra indagine sull’esportazione illegale di rifiuti dall’Italia all’Albania dopo che la dogana italiana ha fermato nel porto di Bari un veicolo con 56 balle di vestiti sporchi.

Questi casi, tuttavia, sono un’eccezione alla regola. Abbiamo le prove che negli ultimi anni decine di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici sono transitate dall’Italia all’Albania senza che le autorità di Tirana ne sapessero nulla. Questo lusso dei rifiuti è andato avanti nonostante un sostanziale divieto da parte della legge albanese e le restrizioni internazionali sulle esportazioni di rifiuti dai paesi sviluppati agli stati poveri vicini.

Gran parte del materiale pericoloso probabilmente è stato esportato in base a una convenzione poco conosciuta e chiamata Marpol, che permette alle navi di scaricare i rifiuti prodotti durante la navigazione.

Secondo gli esperti, anche se le importazioni fossero tecnicamente legali, l’Albania non disporrebbe di strutture adeguate alla lavorazione dei rifiuti pericolosi. Le importazioni in Albania riguardano anche materiali non pericolosi, che però non sono mai stati smaltiti dal governo di Tirana. Il timore è che le quantità di rifiuti scaricati in Albania superino i limiti stabiliti dalla convenzione Marpol. Non c’è un solo documento del consiglio dei ministri e del ministero dell’ambiente che attesti l’approvazione di queste esportazioni: è probabile, dunque, che per la legge albanese si tratti di trasporto illegale.

I dati raccolti in Italia dall’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra) rivelano che nel 2007 e nel 2008 sono stati smaltiti in Albania diversi carichi di rifiuti tossici e non tossici. L’Ispra non ha voluto divulgare i dati relativi al 2009, nonostante li abbia raccolti. Secondo i dati, nel 2007 quasi 2.500 tonnellate di olio di sentina sono passate dall’Italia all’Albania. L’olio di sentina è il liquido che si raccoglie sul fondo delle navi, solitamente composto di acqua di mare, olio e altri fluidi. E’ classificato come pericoloso, e a Durazzo c’è una struttura per il suo trattamento. Nel 2008 le imprese italiane hanno smaltito in Albania migliaia di tonnellate di olio di sentina, rifiuti di fuochi d’artificio e mezza tonnellata di batterie al piombo, tutti materiali classificati come pericolosi. Tra i rifiuti smaltiti ci sono anche materiali considerati non pericolosi come medicine scadute, cavi, ferro e metallo.

Dalla regione Lazio sono stati esportati in Albania rifiuti edili, biodegradabili e alimentari. Nel 2009 dalla Campania sono state smaltite in Albania due tonnellate di scarti di vernici e smalti contenenti solventi organici o altre sostanze pericolose, 200 chilogrammi di apparecchiature elettroniche pericolose, mezza tonnellata di batterie tossiche al piombo, 50 chilogrammi di “tubi fluorescenti e altri rifiuti contenenti mercurio”, e 1.500 tonnellate di olio di sentina. Circa 760 chili di olio e grasso commestibile sono stati esportati sotto la classificazione di rifiuti non pericolosi.

La convenzione di Basilea sull’esportazione e lo smaltimento dei rifiuti pericolosi è entrata in vigore nel 1992 per cercare di mettere un freno al trasferimento di materiali pericolosi dai paesi avanzati a quelli in via di sviluppo.

L’Italia e l’Albania, firmatari dell’accordo, sono obbligati a informare ogni anno la segreteria della convenzione (che fa parte delle Nazioni Unite) dei movimenti di rifiuti tossici e di altro tipo tra una frontiera e l’altra. L’accordo è stato raggiunto dopo una serie di scandali che riguardano l’ambiente e che hanno fatto nascere l’espressione “colonialismo tossico”. Uno di questi risale al 1988: cinque navi partirono dall’Italia con un carico di ottomila barili di rifiuti pericolosi alla volta della cittadina di Koko, in Nigeria, dove un piccolo proprietario terriero si era impegnato a custodirli per un canone di cento dollari al mese.

La convenzione, tuttavia, è ancora largamente ignorata sia dai paesi industrializzati sia da quelli in via di sviluppo. La segreteria della convenzione è al corrente del problema ma sostiene di non avere i mezzi per sanzionare le violazioni: “Il nostro mandato consiste unicamente nel ricevere i rapporti degli stati firmatari. Non abbiamo gli strumenti per sapere se alcuni dati non sono comunicati”, ha dichiarato una portavoce. A novembre 2011 una conferenza delle Nazioni Unite sulla convenzione di Basilea ha osservato “che il livello e la qualità dei rapporti sembra in calo”. Un rapporto inviato alla conferenza dice che 65 dei 166 stati firmatari non hanno fornito informazioni per l’anno 2006, altri 70 paesi hanno prodotto “documentazioni tardive e incomplete” e solo cinque hanno fatto il loro dovere.

Secondo Roberto Ferrigno, uno dei fondatori di Greenpeace Italia, oggi consulente ambientale di alcune aziende in Italia e in Europa, la convenzione dovrebbe bloccare le esportazioni dai paesi ricchi a quelli in via di sviluppo. “Allo stato attuale, smaltire rifiuti pericolosi nei paesi in via di sviluppo è vietato. Questo significa che tutti i movimenti che in passato avvenivano più o meno alla luce del sole oggi avvengono nell’ombra”, spiega Ferrigno. Ma le autorità italiane, conclude, sembrano comportarsi come se la convenzione non esistesse. Per quanto riguarda l’olio di sentina esportato e trattato in Albania, secondo gli esperti le quantità scaricate a Durazzo da una particolare compagnia di navigazione superano i livelli consentiti. Secondo la lista ufficiale delle esportazioni delle autorità italiane, la principale fonte di rifiuti è la compagnia di traghetti Tirrenia, che per anni ha fatto servizio giornaliero sulla tratta Bari-Durazzo.

Secondo la convenzione di Basilea, lo smaltimento dei riifuti prodotti nelle “operazioni normali di una nave” è regolato dalla convenzione Marpol. La Marpol prevede che questi riiuti, anche se tossici, possano essere scaricati nei porti, evitando così lo smaltimento in mare aperto. Rimangono però molti dubbi sulla definizione di “operazioni normali di una nave”: alcuni giuristi sostengono che, nel momento in cui si scaricano i rifiuti, si applicala convenzione di Basilea. Queste raccomandazioni sono state presentate in un documento sottoposto all’attenzione della convenzione di Basilea nel 2011, insieme a una lista di proposte per armonizzare i due regolamenti. Buchi normativi a parte, un funzionario del Centro sulla prevenzione e la gestione dell’emergenza in caso di inquinamento marino (Rempec), l’ente che controlla la corretta applicazione della convenzione Marpol, sostiene che la quantità di olio di sentina che la Tirrenia esporta in Albania è “irragionevole” e non può essere stata prodotta esclusivamente dai traghetti che percorrono quella rotta. In due anni la società ha esportato in Albania più di cinquemila tonnellate di olio di sentina. “Ne ho discusso con un mio collega e anche lui pensa che non sia una cifra ragionevole”, ha detto un funzionario del Rempec.

Un particolare significativo: nessun altro traghetto che fa servizio tra l’Italia e l’Albania ha mai ufficialmente esportato olio di sentina.

Diversificare

Anche il comandante Rodolfo Giovannini della Guardia costiera italiana, che per quanto riguarda la protezione dell’ambiente marino dipende dal ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, ritiene eccessive le quantità dichiarate dalla Tirrenia: “Sarebbero compatibili con l’olio scaricato in un anno da tutte le navi che attraccano in un porto come quello di Durazzo”, dice, e non certo dai due traghetti che servivano la tratta Durazzo-Bari. Fonti interne alla Tirrenia, che è stata privatizzata e ha cambiato nome in Compagnia Italiana di Navigazione, sostengono però che non ci sia nulla di strano: “Sembrerà troppo, ma per me 2.500 tonnellate all’anno è addirittura troppo poco”, afferma un funzionario dalla compagnia.

Angelo Abrusci è conosciuto in Italia soprattutto per le sue sale bingo. Ma Abrusci è anche un importante operatore della raccolta dei rifiuti in Albania, oltre che il proprietario di un casinò in Romania. Nel 2002 il quotidiano la Repubblica lo ha descritto come il “rampollo di una famiglia di costruttori che ha sfornato i primi miliardari pugliesi”. Nello stesso articolo si legge che Abrusci stava diversificando le sue attività per investire nello smaltimento dei rifiuti in Albania.

L’articolo di Repubblica non fa il nome di nessuna azienda, ma la Ecoaqua, una società registrata in Italia e in Albania a marzo del 2000, ha vinto almeno due appalti per la raccolta dei rifiuti nel comune di Tirana ed ha partecipato a gare in altre città. L’azienda è partecipata dalla Finanziaria Immobiliare Partecipazioni, che a sua volta appartiene ad Abrusci e ad altri soci. L’amministratore delegato della Ecoaqua è Antonio Abrusci, comproprietario di diverse aziende insieme al fratello Angelo. La proprietaria della Ecoaqua albanese, vincitrice degli appalti a Tirana, è l’omonima società italiana. A gennaio del 2011, durante una conferenza italo-albanese a Tirana, la società di Abrusci ha annunciato la prossima costruzione di una discarica in Albania. Non è chiaro come sia andato avanti il progetto né quali appalti pubblici l’azienda si sia aggiudicata. Nei primi anni 2000 Angelo Abrusci era stato interdetto dal partecipare a una serie di gare per l’assegnazione di licenze per il bingo in Italia a causa di precedenti condanne per reati fiscali.

Abrusci ha fatto ricorso in appello dopo che l’Italia ha depenalizzato i reati per cui era stato condannato nel 2000. Nel 2002 il tribunale di Bari ha revocato la condanna perché il reato era stato depenalizzato. Angelo Abrusci è noto anche in Romania, dove è coinvolto in attività legate al gioco d’azzardo e ai rifiuti. Antonio Abrusci ha detto che la sua azienda si occupa di trasporto di rifiuti a Tirana. Lui e il fratello, ha spiegato, hanno deciso di investire nel gioco d’azzardo e nei rifiuti perché la loro attività, l’edilizia, era diventata più difficile dopo l’inchiesta giudiziaria Mani pulite.

Uno dei primi imprenditori italiani a valutare l’opportunità di esportare rifiuti in Albania è stato Manlio Cerroni, soprannominato il “re della monnezza” per la sua rete internazionale di aziende legate al business della spazzatura. Anche se il suo progetto di far bruciare i rifiuti di Roma in un inceneritore in Albania è tramontato, la società fondata per sfruttare il giro d’affari dei rifiuti è ancora in attività, e alcune ditte a essa collegate si sono aggiudicate degli appalti in Albania.

Secondo il libro Roma come Napoli, scritto dai giornalisti Manuele Bonaccorsi,

Ylenia Sina e Nello Trocchia, l’Albania è emersa come potenziale destinazione dei

rifiuti italiani nel “momento di massima emergenza rifiuti nel Lazio”. L’accordo con l’Albania prevedeva la costruzione di un inceneritore a Kashar, tra Durazzo e Tirana, per bruciare “combustibile derivato dai rifiuti” (componenti combustibili di rifiuti urbani come plastiche e materiali biodegradabili). La società costituita per svolgere l’attività era l’AlbaniaBeg, dall’unione di Albania e Beg, (BecchettiEnergyGroup). La Beg è di proprietà di Francesco Becchetti, nipote di Cerroni, il cui nome figura tra i membri del “team” societario. L’AlbaniaBeg appartiene a tre società: la Colari (Consorzio Laziale Rifiuti), azienda di Cerroni con sede nel Lazio, la Energji Shpk, il cui azionista di maggioranza è Mauro De Renzis della Beg, e la Vitre, con sede a Tirana, che a sua volta ha un azionista di maggioranza italiano, Angelo Novelli.

La discarica di Roma

La Energji Shpk si è occupata della costruzione di impianti di energia idroelettrica in Albania dopo essersi aggiudicata una serie di appalti per vari progetti. Un rappresentante della Vitre spiega che l’azienda si occupa di riciclaggio dei rifiuti in Albania ma non ha voluto fornire altri dettagli. La Vitre, che cita i rifiuti tra i suoi principali interessi, è ancora in attività, anche se non siamo riusciti a capire di che cosa si occupi attualmente.

Dopo il fallimento dell’accordo con Tirana, l’autorizzazione per la discarica di Roma è stata prolungata ino al 2007, e da allora viene rinnovata di anno in anno. L’ultima proroga ha portato la scadenza alla fine del 2012. Il nome di Cerroni compare in un dettagliato rapporto sullo smaltimento dei rifiuti in Italia, prodotto dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e pubblicato nel 2000.

Il rapporto si sofferma anche sul patrimonio delle aziende impegnate nel settore e afferma che i proprietari agiscono attraverso “un sistema di scatole cinesi in cui una società è controllata da una seconda, una seconda da una terza e così via”.

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