di Cecilia Anesi e Lorenzo Bagnoli

Libia-Italia, via Malta. È la rotta del petrolio trafugato da milizie libiche di Zawiya, città costiera della Libia nota per il traffico di uomini, con il supporto di un imprenditore che i magistrati di Catania ritengono vicino a Cosa NostraUna rete svelata con l’indagine Dirty Oil, il 17 ottobre. A Malta, i protagonisti di questa storia erano noti da tempo. Soprattutto alla giornalista d’inchiesta Daphne Caruana Galizia: “Questa mattina quando mi sono svegliata con la notizia di un altro uomo fatto saltare in aria con un’autobomba, ho scritto di una pista che sta emergendo in cui i trafficanti di diesel vengono fatti esplodere con le loro auto, a differenza dei trafficanti di droga a cui viene sparato”, scriveva un anno fa. Dodici mesi dopo, ha fatto la stessa fine: fatta esplodere con un autobomba, come i trafficanti di petrolio.

Scriveva anche di un uomo a cui è toccata una sorte diversa, nonostante il suo legame con il petrolio libico. Si chiama Darren Debono ed è una delle nove persone raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare con l’operazione Dirty Oil. Tra le pieghe dell’indagine del G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Catania, iniziata nel 2014, emerge una complessa rete che dimostra, ancora una volta, come il Mediterraneo sia diventata un’autostrada dei traffici illeciti (vedi inchiesta “Armi, droga, migranti: nel Mediterraneo le navi fantasma dei traffici illeciti”). E come i paradisi fiscali delle Isole Vergini Britanniche delle Isole Marshall permettano di muovere indisturbati navi fantasma, invisibili ai radar delle Capitanerie, come fossero pedine di una battaglia navale tra trafficanti e autorità portuali. Il business è milionario e i suoi introiti illeciti sono chiusi in forzieri tra i bastioni di Malta e i grattacieli di Dubai.

Il primo a cadere è stato Fahmi Slim Ben Khalifa alias “Malem”, il Capo. Lo hanno arrestato in Libia, dove è nato, le forze speciali Rada, fedeli al governo di Tripoli. Era il 24 agosto. I servizi di intelligence che operano in Libia lo consideravano il “re del contrabbando di petrolio” da quando a ovest della capitale comandano le milizie che nel 2011 si sono raggruppate sotto il nome di Libya Dawn, oggi per lo più alleate del GNA, il governo di accordo nazionale sostenuto dalle Nazioni Unite. Aveva a disposizione una milizia, nella zona di confine tra Tunisia e Libia, con cui rubava il petrolio dalla raffineria di Zawiya. La raffineria appartiene la National Oil company (Noc), la società statale libica di gas e petrolio che qualche decina di chilometri più a ovest gestisce l’impianto di Mellitah in joint venture con la nostra Eni.

Ben Khalifa a Malta aveva una società aperta proprio per trasportare petrolio, ma non era riuscito ad ottenere le licenze per il deposito sull’isola. Le Nazioni Unite, in un rapporto sulla Libia del marzo 2016, parlano della rosa dei traffici: petrolio, migranti, armi, sigarette. Ai tempi di Gheddafi, era stato detenuto per traffico di droga. Poi, dal 2011, aveva costruito la sua milizia e un piccolo impero commerciale offshore.

La società con cui muoveva le sue imbarcazioni – indagata dalla Procura di Catania – si chiamava ADJ Trading, registrata al 22 di Mensija Road, nella zona residenziale di San Gwann, a Malta. Lo stesso indirizzo usato dal socio catanese Nicola Orazio Romeo, arrestato dalle Fiamme Gialle questo 18 ottobre e ritenuto un esponente del clan Ercolano-Santapaola. Anche Darren Debono è finito oggi in manette a Lampedusa. Suo fratello Gordon è al momento a piede libero.

Per la Procura etnea erano loro, assieme a Orazio Romeo, le menti criminali. Organizzavano in Italia dei veri e propri summit per accordarsi sulle operazioni di vendita alla società Maxcom Bunker. Fornivano un servizio di brokeraggio tramite società maltesi per giustificare le vendite di carburante e facevano poi viaggi in Libia per presiedere alle operazioni di trafugamento. “Loro vengono per noi quando arriviamo al confine… È così, come si dice, siamo più al sicuro, mi stai capendo?”, spiegava Debono al titolare della Maxcom senza sapere di essere intercettato. Raccontava come la milizia avesse scortato lui e il socio Orazio Romeo dal confine tunisino fino al luogo d’incontro con il Capo, Ben Khalifa. “Siamo i più strutturati che c’è (letterale, ndr) in Libia, capisci?”, diceva: a rivendicare – secondo gli inquirenti – l’assoluta preminenza del sodalizio nell’approvvigionamento di gasolio libico. Per occultare la provenienza libica del gasolio, i tre reperivano diverse barche: il petrolio veniva trasbordato “ship to ship” dall’una all’altra. Sentito dal quotidiano maltese MaltaToday, l’avvocato dei Debono ha assicurato che la AdJ è in liquidazione e i rapporti tra la famiglia assistita e Ben Khalifa siano ormai chiusi.

Darren Debono è un nome noto a Malta: fino al 2007 è stato un calciatore della nazionale maltese. Daphne Caruana Galizia, sul suo blog Running Commentary, raccontava che è anche proprietario del ristorante Scoglitti, a La Valletta: un locale frequentato da tanti politici, vista la vicinanza con diversi ministeri. Soci di Debono, riportava il blog di Caruana Galizia, la compagna Odette Goodlip e la figlia di lei, Floren Sultana, avuta da una relazione precedente. La ragazza è stata protagonista di uno spot elettorale (Courage to vote, il coraggio di votare) che il Partito Laburista – quello che oggi governa con il premier Joseph Muscat – ha trasmesso durante l’ultima campagna elettorale. Malta è andata a elezioni questo giugno a seguito di un’inchiesta di Caruana Galizia. Secondo quanto ha scritto la giornalista, la partecipazione al video elettorale di Floren Sultana dimostra un legame tra la famiglia e il partito laburista maltese. Dice in un post del febbraio 2016: “Il partito laburista ha dimostrato pochi scrupoli nello stare vicino a queste persone (la famiglia Debono-Sultana, ndr) con una fedina penale sporca e un comportamento discutibile”. Nel 2014, infatti, a Darren Debono è stata concessa la cauzione dopo un processo per pesca illegale.

Odette Goodlip e la figlia non hanno preso bene il fatto che la giornalista parlasse di loro sul suo blog, tanto da spedirle via mail una lettera che, a quanto scrive la giornalista, conteneva delle minacce. Il post con cui Caruana Galizia ne dà notizia, il 14 febbraio 2016, si chiude con una frase inquietante, se letta alla luce del tragico epilogo: “Darren Debono non è saltato in aria. Due pescatori con connessioni in Libia sono saltati in aria – Martin Cachia qualche settimana fa e Darren Degabriele 18 mesi fa – e, sapete, uno dei due aveva anche un ristorante di pesce”.

Sono stati tre, compreso il suo, le autobombe esplose nel 2017, a Malta, a cui se ne aggiungono altri tre nel 2016. Attentati che hanno colpito, per lo più, persone ritenute implicante nel traffico di petrolio. Una traccia che adesso inquirenti di ben sei Paesi, inclusi agenti di Scotland Yard e dell’FBI, stanno iniziando a seguire, anche se finora non ci sono prove che portano ad alcun nome. Ma la pista è promettente, soprattutto perché l’esplosivo che ha ucciso Caruanza Galizia sembrerebbe essere del tipo Semtek, di cui c’è grande abbondanza proprio sul mercato nero libico.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 21 ottobre 2017.
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