di Lorenzo Bodrero

«Vanitosi, amanti del gioco delle carte e spacconi». Fedor Dostoevskij descriveva così i vory-v-zakone, i “ladri in legge” (nel senso che rispondono a un preciso codice criminale) georgiani. Ma quelli che a prima vista possono sembrare un pugno di banditi disorganizzati e fannulloni rappresentano invece uno dei network malavitosi maggiormente in ascesa, con attività che vanno dall’Italia alla Germania, dalla Francia al Portogallo e Spagna, da Cipro alla Repubblica Ceca passando per gli Emirati Arabi. Radicati dagli anni ’20 del secolo scorso nel vasto territorio dell’Unione Sovietica, i vory sono considerati oggi dagli studiosi una mafia che ha trovato terreno fertile anche nel nostro paese, come testimoniano le inchieste più recenti delle procure di mezza Italia.

L’ultima operazione della polizia di Milano ha colto quattro di loro con le mani nel sacco il 14 aprile scorso. Dedito a sistematici furti in appartamenti, il gruppo faceva riferimento ad un capozona il quale a sua volta sottostava ad un referente nazionale. Ma la criminalità georgiana non è più una novità per le nostre forze dell’ordine. E’ formata da piccole cellule, sparse su tutto il territorio nazionale, apparentemente separate una dall’altra ma che «appaiono comunque inquadrabili nell’ambito di un più ampio disegno criminale tendente all’univocità d’azione». Così le fotografa l’ultima relazione semestrale della Direzione Nazionale Antimafia del 2016. Tali sodalizi, prosegue la relazione, «sono caratterizzati da struttura verticistica, elevata mobilità sul territorio e specializzazione criminale, risultano operativi soprattutto nelle aree più ricche del centro-nord del Paese, nelle città metropolitane di Roma e Milano, nonché nella provincia di Bari».

Furti in appartamenti soprattutto, ma anche estorsione, produzione di documenti falsi, traffico di droga e di sigarette sono tra le principali attività registrate oggi dai pm italiani. Si tratta però dell’ultimo stato evolutivo dei ladri in legge i quali nascono oltre un secolo fa come gruppo auto-organizzato di detenuti regolati da un preciso codice etico. Un codice che proibiva l’accumulo di ricchezze, imponeva il totale distacco e il rifiuto di qualsiasi forma di autorità, prediligeva la salvaguardia del gruppo a quella del singolo, consentiva l’uso della violenza solo in rare occasioni e regolava una cassa comune, la obshchak, da utilizzare per finanziare le attività del gruppo, corrompere i funzionari e supportare le famiglie dei detenuti. Caratteristiche che per molto tempo hanno contribuito a circondare i vory di un’area romantica, quasi eroica, ma che i ladri in legge di oggi hanno abbandonato in favore di un approccio capitalistico al crimine. «Una volta si eleggeva un nuovo vor ogni due anni circa e adesso sono sparsi in giro come semi di girasole. Oggi se rubi un pollo puoi diventare un vor!», ha dichiarato un ex detenuto georgiano a Gavin Slade, crimonologo e docente all’università di Glasgow. Una deriva, come direbbero molti vecchi vory, definitivamente sancita con la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Così come la mafia siciliana si sviluppò quale alternativa al potere statale anche, i vory-v-zakone emersero, utilizzando le parole della criminologa britannica Patricia Rawlinson, «come un’efficace struttura in contrapposizione al regime totalitario e volta all’auto-preservazione di un preciso gruppo di detenuti».

E funzionava alla meraviglia. Tra gli anni ’20 e ’50 il mondo carcerario sovietico ha vissuto il periodo di massima coesione interna, dove le differenze etniche e culturali erano inglobate sotto l’egida del codice vory. Nessuna distinzione di razza né di ceto sociale. O eri un ladro in legge o non lo eri. Se ne avevi l’onore, le regole erano rigide, i contrasti regolati da un ‘tribunale’ interno, le punizioni indiscutibili e neanche il trasferimento da un campo di prigionia all’altro metteva al riparo dalla “sentenza”.

Poi arrivò la Seconda Guerra Mondiale a stravolgere non solo le sorti del mondo ma anche quelle dei vory. Con l’avanzare delle truppe naziste in territorio sovietico l’Armata Rossa reclutò circa un milione di soldati tra i suoi carcerati. Tra loro anche i vory. Un oltraggio gravissimo per un ladro in legge quello di indossare una divisa, il cui codice proibiva tassativamente qualsiasi forma di rapporto con il potere, fosse questo un lavoro come amministratore pubblico o l’accettare un barattolo di fagioli da una guardia carceraria. Al rientro nelle carceri dei sopravvissuti al conflitto mondiale ebbe inizio la “guerra delle puttane” tra i ladri duri e puri e quelli che avevano chinato il capo allo Stato. Tra morti violente e abdicazioni volontarie, di ladri in legge alla fine degli anni ’50 non ne rimanevano che poche dozzine in tutta l’Unione Sovietica. «Fu allora che nacque il mito dei vory, gli affascinanti eroi del mondo criminale che preferivano morire piuttosto che tradire i loro ideali», scrive Federico Varese, docente e criminologo all’università di Oxford.

I vory-v-zakone odierni, che molto spesso acquistano con moneta sonante il titolo di ladro in legge, sono dunque ben diversi da quelli rispettati e temuti della prima metà del secolo scorso. Ma quali erano le leggi che governavano un’organizzazione criminale che Gavin Slade descrive come «formata da uomini d’onore durante l’Unione Sovietica e che invece dagli anni ’90 assume i connotati di una vera e propria mafia orientata al profitto»?

Il corpo di un vory è costellato di tatuaggi. Figure iconografiche sono spesso accompagnate da frasi dal forte senso religioso: angeli in preghiera, crocifissi, cuori trafitti da coltelli e riferimenti alla devozione verso Dio. Il tatuaggio era un modo per distinguere il vor dagli altri detenuti e per comprenderne il rango o l’anzianità all’interno della fraternita. Nel caso di un trasferimento in un altro campo di lavoro, spesso distante migliaia di chilometri, un vor veniva riconosciuto immediatamente. La pena per chi indossava un tatuaggio senza possederne il titolo era la morte. I vory avevano inoltre un codice di abbigliamento, indossavano croci di alluminio intorno al collo e spesso i più anziani portavano una folta barba. I ladri in legge comunicavano in una lingua tutta loro. Una sorta di dialetto dalla struttura grammaticale russa ma con un vocabolario diverso. Questo permetteva loro di comunicare in tutta tranquillità, senza che le guardie carcerarie potessero intromettersi. Qualsiasi contatto con i poliziotti o le guardie carcerarie era categoricamente vietato dal codice d’onore tanto che rivolgere la parola ad uno “sbirro” poteva costare il titolo di ladro in legge. Questo naturalmente comportava severe punizioni da parte delle autorità, come l’essere confinati in celle di isolamento, per il vor invece significava consolidare il proprio status agli occhi della confraternita.

«Come giovane uomo, mi appresto ora a intraprendere la via dei ladri. Giuro solennemente di fronte ai ladri presenti a questa riunione di essere un ladro meritevole e di non incappare negli inganni degli sbirri». Era questo il giuramento che il nuovo affiliato doveva recitare durante l’assemblea dei vory, la skhodka.

Con tre provvedimenti lanciati nel 2005 a un solo anno dal suo insediamento, il Presidente della Georgia Mikheil Saakašvili diede il via ad una campagna anti-crimine senza precedenti. A livello legislativo criminalizzò il solo fatto di possedere il titolo di vor, istituì la confisca di beni acquisiti tramite attività illegali, e fece costruire nuove prigioni specificamente progettate per ospitare i ladri in legge in un regime carcerario simile al nostro 41 bis. Purgò gli uffici istituzionali di 17.000 dipendenti corrotti attuando una politica di “tolleranza zero” verso gli statali e infine mise in moto una campagna sociale con l’obiettivo di educare alla legalità. I risultati furono strabilianti, per numeri e tempistiche. Nel giugno del 2006 il procuratore generale della Georgia affermò che tutti i ladri in legge erano reclusi nelle prigioni georgiane o fuggiti all’estero.

Nel paese caucasico i vory sono riconosciuti a tutti gli effetti come un network mafioso. Non in Italia, però. In un procedimento penale svoltosi a Bari, alcuni ladri in legge sono stati condannati per associazione a delinquere e altri reati, mentre l’accusa di 416 bis è caduta – come si legge nel rapporto della Dna – per mancanza del cosiddetto “prestigio criminale, che connota un’associazione mafiosa e la delinea quale centro di potere malavitoso temibile ed effettivo, fondato su fama negativa e capacità di lanciare avvertimenti, anche simbolici ed indiretti”.

Questo articolo è stato pubblicato su D Repubblica l’8 luglio 2017.

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