di Luca Rinaldi e Alessandro Da Rold

Di quali protezioni ha goduto Francesco Corallo in Italia in questi anni? Perché il boss delle slot machine e dei videopoker, arrestato ai Caraibi per riciclaggio il 13 dicembre, ha ottenuto in questi 10 anni passaporti diplomatici e persino pareri favorevoli da parte del nostro ministero dell’Interno per ottenere incarichi istituzionali nell’isola di Curaçao? Viene da domandarselo, dopo che il numero uno del gruppo “Atlantis World-B Plus Giocolegale”, oggi Global Starnet, proprietario di un terzo del mercato del gioco d’azzardo legale, è finito in manette insieme con il suo socio Amedeo Laboccetta in uno scandalo di scatole cinesi con il sospetto di 300 milioni di euro sottratti al fisco dove sono finiti pure i parenti di Gianfranco Fini, l’ex leader di Alleanza nazionale, sposato con Francesca Tulliani. Ci sono i misteri della casa di Montecarlo certo, ma c’è pure il sospetto che Corallo potesse fare comodo a tanti nel mondo politico economico italiano dell’ultimo governo Berlusconi.

Gli anni ruggenti di Bpm

D’altra parte erano gli anni ruggenti della Popolare di Milano di Massimo Ponzellini che, quando chiese al comitato della banca il finanziamento di 150 milioni di euro (105 per cassa, ndr), assicurò ai soci di «conoscere di persona Corallo». Anzi, si impuntò minacciando persino di dimettersi dalla banca. Ponzellini all’epoca era uno degli uomini più potenti in Italia. Presidente di Impregilo, protetto dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il Ponz era solito partecipare alle cene degli ossi di Cadore in Veneto, dove insieme con l’allora leader della Lega Nord Umberto Bossi, all’epoca ministro per le Riforme, e con l’allora sottosegretario Aldo Brancher, coinvolto nello scandalo Antonveneta, si discuteva di politica e di soldi: il vecchio capo del Carroccio arrivò persino a chiedere a Ponzellini di ristrutturare una chiesa andata a fuoco nel varesotto con i fondi della Bpm. Erano giorni in cui in piazza Meda arrivavano tutti, da Daniela Santanchè fino a Ignazio La Russa che era il ministro della Difesa.

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Un casinò della Atlantis World.

L’inchiesta della procura di Roma nasce proprio da una costola di quella di Milano su Ponzellini. E qui vale la pena riportare le dichiarazioni dell’ex consigliere Piero Lonardi, che spiegò che quella pratica su Corallo da 150 milioni di euro «era chiacchierata. Ricordo che l’aspetto discusso riguardava il fatto che si trattasse di un affidamento consistente legato a una sola persona. Vi era il problema della mancata identificazione del titolare effettivo della controllante».

Più famoso ai Caraibi che in patria

Del resto, se da noi il nome di Corallo in Italia era anche allora sconosciuto ai più, lo stesso non si poteva dire nelle isole caraibiche. La costante è sempre stata lo stretto rapporto con le personalità politiche e istituzionali che ne hanno caratterizzato l’ascesa. In Italia i rapporti con Alleanza nazionale, il cerchio degli uomini intorno a Fini e in particolare con Laboccetta che gli consentirono di arrivare ad avere in concessione circa il 30% dell’intero mercato di slot e videolottery. I provvedimenti per le concessioni arrivati nel 2004 prima e nel 2009 poi con il duo Tremonti-Milanese al ministero dell’Economia e, appunto, i finanziamenti facili della Banca popolare di Milano sono una testimonianza del meccanismo ben oliato. Ma c’è di più. Perché dall’altra parte dell’Oceano, Corallo arrivò a un soffio da una poltrona in seno alla Banca centrale delle Antille, grazie ai buoni uffici dell’ex governatore di Curaçao Gerrit Schotte.

Un milione per la campagna del Governatore

La storia va raccontata dall’inizio. Schotte, primo governatore di Curaçao dopo la nascita del governatorato nel 2010, si ritrova impigliato in un’inchiesta per corruzione in cui i co-protagonisti sono la moglie Cicely van der Dijs e lo stesso Corallo. Durante il processo sono emersi i finanziamenti del “re delle slot machine” in favore di Schotte, definito dai giudici dell’accusa come «un fantoccio di Corallo», il quale avrebbe avuto un peso determinante nelle politiche dell’esecutivo. L’accusa, con tanto di documenti bancari, ha sostenuto che dai conti di Corallo sarebbero finiti nelle tasche di Schotte più di 1 milione di dollari. Obiettivo: finanziare la sua campagna elettorale e la formazione del governo. In cambio Schotte si attiva per l’incarico a Corallo presso la banca centrale.

L’ambasciatore olandese a Roma certificò che Corallo era incensurato, ma che da fonti di polizia italiane non risulta esattamente immacolato

I giornali locali riprendono il processo e pubblicano i documenti definiti dallo stesso Corallo delle «patacche». Schotte dal canto suo si difende portando il carteggio con cui chiede conto ufficialmente alle autorità italiane dell’integrità di Francesco Corallo. Lo fa con una lettera indirizzata all’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni il 2 maggio del 2011. Una ventina di giorni dopo l’ambasciatore olandese a Roma, Fons Stoelinga, certificò che Corallo era incensurato, ma che da fonti di polizia italiane non risulta esattamente immacolato. Pesano i contatti del padre, Gaetano Corallo, con la mafia siciliana, e i sospetti di riciclaggio dovuti principalmente al trasferimento delle sue attività nei paradisi fiscali.

Ottime referenze in Viminale

Tuttavia, il 30 giugno l’allora capo di Gabinetto del ministero dell’Interno Giuseppe Procaccini fece sapere che «questo ministero ha già corrisposto in senso favorevole al competente dicastero degli affari Esteri», mentre il 3 agosto successivo l’ambasciatore Pasquale Terraciano, oggi di stanza a Londra, comunicò che «nulla risulta agli atti del ministero dell’Interno e del ministero degli Affari esteri sul conto del signor Corallo». Dunque, tutto regolare per i ministeri italiani, nulla da eccepire. Il 18 agosto l’ambasciatore olandese, che pure aveva espresso qualche perplessità sul conto di Corallo, non potè fare altro che ritrasmettere le note a Curaçao per constatare l’integrità dell’imprenditore del gioco d’azzardo. Nel frattempo, sempre nel novembre del 2011, Corallo riuscì a evitare una perquisizione della Guardia di finanza grazie a un passaporto diplomatico della Fao: era ambasciatore presso la Dominica come ha testimoniato pure una sentenza di un processo chiuso nel 2014.

Corallo

L’arresto di Francesco Corallo.

Eppure quelle notizie apprese dall’ambasciatore Stoelinga, e messe nero su bianco nel maggio del 2011, non sono campate per aria. In parte sono già contenute in una relazione della Direzione investigativa antimafia che mettono in relazione il business di Francesco Corallo con le attività del padre, già considerato vicino al boss Santapaola. Quel passaggio della relazione Dia fu contestato dai fratelli Corallo (Francesco e Carmelo Maurizio), i quali sostennero che le loro attività risultavano essere completamente slegate rispetto a quelle del padre. Tanto che a settembre dello stesso anno ottennero un’ordinanza del tribunale civile di Roma che imponeva al ministero dell’Interno «l’eliminazione, nell’ambito delle relazione Dia dell’anno 2009, delle frasi in cui i Corallo sono accostati al clan Santapaola». I giudici si sono basati soprattutto sull’archiviazione di una inchiesta del 2011 in cui si afferma che «i fratelli Corallo hanno pubblicamente smentito di avere rapporti di affari con il padre Gaetano, rivendicando la loro autonomia di imprenditori, ma soprattutto nessun contatto è emerso dalle indagini svolte anche attraverso il monitoraggio delle comunicazioni telefoniche di costoro e del padre Gaetano».

Gli inquirenti: “Rapporti col padre mai interrotti”

L’inchiesta romana che ha portato agli arresti del 13 dicembre racconta però un’altra storia e gli inquirenti ci tengono a sottolinearlo: «Al contrario», si legge nelle carte, «vi sono elementi che consentono di affermare che Corallo Francesco, abbia intrattenuto rapporti con il padre Gaetano anche nella gestione delle attività relative ai casinò all’estero». Nel 2007 gli investigatori accertano un atto di cessione quote avvenuto da parte di Gaetano in nome e per conto del figlio Francesco. «Inoltre», si legge ancora, «nel curriculum vitae di Francesco Corallo, agli atti del procedimento milanese, si legge come che egli era “dal 1984 al 1989 proprietario e direttore del Casinò Rouge et Noir e dell’hotel St. Marteen Sea Palace” (casinò aperto da Corallo Gaetano nell’isola di St. Maarten); che “Francesco Corallo dal 1995 al 1999 vive a Miami sotto il Visto E1 ed è azionista e manager della Importi Usa”», azienda di arredamento costituita nel 1993. Inattiva, ma costituita e diretta da Gaetano Corallo.

L’ex Premier di Curaçao

Intanto a Curaçao, dove Corallo è il terzo contribuente del governatorato, a marzo l’ex primo ministro Gerrit Schotte è stato condannato in primo grado a tre anni e interdetto per cinque dai pubblici uffici. Il processo d’Appello è iniziato lo scorso 26 ottobre e dopo le prime due udienze riprenderà ad aprile 2017.

Questo articolo è stato pubblicato su Lettera43 il 17 dicembre 2016.

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