di Lorenzo Bodrero | Design: Dalk – Data Talk

Tanto importante era il suo ruolo all’interno del clan da spingere gli inquirenti a battezzare l’indagine in suo nome. Lei è Maria Rosa Campagna, descritta come «una donna con le palle» da uno degli affiliati intercettato dalla Squadra mobile di Catania. Dopo due anni di indagini, l’operazione «Penelope» ha portato nel gennaio 2017 agli arresti di 30 persone accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, traffico di sostanze stupefacenti, estorsione e intestazione fittizia di beni. Come la principessa della mitologia greca che in assenza di Ulisse si fa carico degli affari di Itaca in attesa del ritorno del marito, così la Campagna teneva le redini della cosca per conto del compagno Salvatore Cappello, detenuto in regime di 41 bis nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Maria Rosa non è la prima donna ad assumere ruoli operativi all’interno di un gruppo mafioso. Né sarà l’ultima. Il luogo comune che vuole la donna di mafia relegata esclusivamente alla crescita dei figli, a messaggera tra il carcere in cui è detenuto il famigliare e gli affiliati o a prestanome per aziende in odore di mafia, è caduto ormai da un pezzo. Certo, quei ruoli permangono e costituiscono ancora alcuni dei pilastri su cui viene costruita e alimentata la cultura mafiosa. Ma sono ormai decenni che le carte giudiziarie delle procure di tutta Italia sono ricche di donne con ruoli sempre più funzionali alla gestione degli affari delle cosche. ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra, Sacra Corona Unita. Nessuna esclusa.

E quel ruolo è in continua espansione. Una recente indagine di Transcrime, il centro interuniversitario dell’Università Cattolica, ha calcolato che un terzo degli azionisti di società confiscate alle mafie è donna: un’incidenza che è quasi il doppio della media delle aziende italiane nell’economia legale. Insomma: nell’universo mafioso le donne sono utilizzate — da sempre: ma sempre di più — come prestanome di aziende legate alla mafia.

«Le mafie hanno spostato sulle figure femminile molte delle attività economiche per tutelarsi dalle confische e per nascondere i reali beneficiari», afferma al Corriere Alessandra Dino, docente di sociologia giuridica e della devianza presso l’Università di Palermo. Nelle imprese confiscate per mafia, il settore economico con maggiore presenza di donne è quello della ristorazione e alberghiero (52% di azionisti sono donne), seguito dal commercio all’ingrosso e al dettaglio (38%), trasporti (37,8%) e costruzioni (28,5%). «In particolare, nelle costruzioni e nei trasporti le donne titolari di aziende ‘mafiose’ sono quattro volte più frequenti che nelle aziende pulite», afferma Michele Riccardi, ricercatore di Transcrime. E aggiunge: «Rappresentano il prestanome perfetto poiché generalmente presentano meno precedenti penali, vengono rilevate con meno frequenza nei processi di due diligence di banche e altri soggetti obbligati e, specialmente se appartenenti alla famiglia, consentono di tenere il controllo delle imprese in-house».

«Il semplice fatto di trovarle come intestatarie di beni non può però essere interpretato come un indicatore della loro ‘passività’», conclude Alessandra Dino. «Sono numerosi gli esempi (in Cosa Nostra e nella ‘Ndrangheta) di figure femminili protagoniste e attive nella gestione degli affari ‘familiari’».

Di quanto le donne siano funzionali a tenere sotto traccia le attività mafiose lo dice un altro dato: tra i condannati per associazione di stampo mafioso, secondo il centro studi, in media solo il 2,5% è donna. Una percentuale bassissima: ma in crescita rispetto al passato. Per capirlo, è sufficiente dare uno sguardo ai dati. Nel 1989 era stato aperto un solo procedimento nei confronti di una donna per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Sei anni dopo sono diventati 89. «Non si è verificato un reale aumento del numero di donne imputabili del reato associativo previsto dal 416 bis», spiega Dino, «semplicemente è mutato l’atteggiamento dei magistrati verso il mondo femminile mafioso».

Fino ai primi Anni ‘90 i reati commessi da una donna venivano infatti inquadrati giuridicamente in maniera diversa rispetto agli stessi crimini commessi da un uomo. «Pensiamo alla detenzione illegale di armi da fuoco, per esempio. Leggendo le carte processuali risulta come, nel caso fosse coinvolta la moglie di un mafioso, questo comportamento venisse spesso inquadrato come favoreggiamento», precisa Dino. «Una volta si pensava che la donna fosse presente perché obbligata a delinquere dai congiunti o perché volesse proteggere i familiari». Inoltre il fatto che le donne, secondo il «codice» mafioso, non possano associarsi al clan attraverso il rito di affiliazione ha reso a lungo più complessa l’attribuzione del reato di mafia alle figure femminili. Basta chiedere a qualsiasi magistrato antimafia: al termine delle indagini e in fase di autorizzazione agli arresti, il pm sceglie per l’imputato il reato più probabile di condanna. «Risale solo al 1999 la prima sentenza della Corte di Cassazione che dichiara esplicitamente l’imputabilità delle donne per 416 bis anche in assenza di una loro formale affiliazione», conclude Dino.

Maria Rosa Campagna, che già aveva scontato una pena per mafia, godeva della più totale fiducia del marito, preferita addirittura ai numerosi uomini che componevano il gruppo criminale. Era lei a gestire i rapporti tra il capomafia in carcere e il resto del clan, a lei era demandato il compito di trattare con gli emissari sudamericani da cui arrivava la droga. Era sempre lei la persona specializzata, scrivono gli investigatori, «nel recuperare considerevoli quantitativi di cocaina, in qualsiasi porto veniva spedita». Non solo un rimpiazzo del capo cosca dunque, bensì un vero e proprio punto di riferimento. Che non si parli però di emancipazione femminile. Già nel 2005 la ricercatrice Ombretta Ingrascì, profonda conoscitrice dei fenomeni mafiosi di stampo femminile e autrice di «Donne d’onore: storie di mafia al femminile» (Bruno Mondadori), scriveva che «la detenzione dell’uomo è presupposto fondamentale perché la donna eserciti un ruolo pregnante all’interno della ‘onorata società’».

Il potere assunto da queste donne è dunque «delegato e temporaneo», lungo quanto la detenzione dell’uomo e funzionale allo stato emergenziale dovuto all’assenza del capo. Esemplare è il caso di Giusy Vitale, sorella di Vito, Michele e Leonardo. Durante la detenzione i fratelli decidono che solo lei è in grado di assumere il ruolo di capo mandamento di Partinico. Era competente, fidata e carismatica. Fin da bambina era stata cresciuta come un maschio. I fratelli le affidano le redini del clan e, sebbene per un breve periodo (viene arrestata due mesi dopo il passaggio di consegne), svolge a tutti gli effetti il ruolo di un uomo. O quasi, perché nonostante fosse la prima «donna boss» nella storia di Cosa Nostra, in quanto donna le era proibito partecipare alle riunioni dei reggenti.

Questa pseudo-emancipazione si ripete per Nunzia Graviano, sorella di Giuseppe e Filippo, condannati all’ergastolo per l’omicidio di don Pino Puglisi e tra i responsabili delle stragi di Firenze, Roma e Milano del 1993. In loro assenza è lei a occuparsi degli affari. Lo fa da Nizza, riviera francese, la base operativa di metà anni ’90 per reinvestire i profitti e gestire la cassa del mandamento di Brancaccio. Il ruolo è tagliato su misura per lei: conosce le lingue, sa usare il computer ed è un’assidua lettrice de Il Sole 24 Ore. Ma la sua libertà è solo di facciata.

«L’entrata di Cosa Nostra nei circuiti del narcotraffico e la conseguente necessità di riciclare il denaro illecito ha creato compiti lavorativi più slegati alla violenza di tipo maschile e più adatti alle caratteristiche fisiche e culturali femminili», scrive Ingrascì. Contabili, dunque, oltre a prestanome, messaggere, corriere. Ma anche estortori, perché la donna non è necessario che usi violenza, è sufficiente la sua presenza per paventare l’intervento del clan di appartenenza e intimidire l’estorto. Nunzia Graviano è funzionale al clan ma anche per lei il pieno riconoscimento da parte della cosca di appartenenza è un’illusione. Durante la permanenza in Costa azzurra avvia una relazione sentimentale con un medico siriano. I fratelli, informati del caso, la costringono a interrompere il rapporto: «Di che religione è questo?», le chiedono, «da noi non si usa il divorzio, qualsiasi frequentazione deve essere finalizzata al matrimonio». Moderno e arcaico si fondono nella più classica delle contraddizioni tipiche delle mafie di oggi. La condizione femminile, scrive ancora Ingrascì, «avanza da un lato e dimostra arretratezza dall’altro».

Questo articolo è stato pubblicato su Il Corriere della Sera il 19 febbraio 2019.

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