di Cecilia Anesi e Giulio Rubino

Quarantanove arresti, di cui molti di altissimo livello. L’operazione ‘Acero-Krupy Connection’ presentata ieri alla sede della Direzione Nazionale Antimafia a Roma e che ha visto la collaborazione del Servizio Centrale Operativo (Sco) della Polizia di Stato e dal Raggruppamento Operativo Speciale (Ros) dei Carabinieri è destinata ad entrare nella storia della lotta alla ‘ndrangheta del nostro tempo. “Una delle tre più importanti sulla ‘ndrangheta degli ultimi 10 anni”, l’ha definita il procuratore aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, che ha coordinato le indagini.

“È stata colpita l’élite della ‘ndrangheta”, ha aggiunto il Procuratore Capo di Reggio Federico Cafiero De Raho. Perchè questa volta in manette sono finiti i veri capi, e sono stati colpiti tutti i loro più ricchi business. Non sorprende più quanto diversificati siano i campi su cui la ‘ndrangheta ha messo le mani: questa volta si va dalla cocaina alla marijuana, dalla floricoltura al riciclaggio di cioccolata rubata, dimostrando un’incredibile capacità camaleontica.

Le famiglie coinvolte sono quelle della litoranea ionica, che hanno nel tempo messo in piedi una multinazionale del crimine a tutto tondo. Da una parte gli Aquino-Coluccio di Marina di Joiosa Ionica, attivi nel traffico di cocaina da Santo Domingo e dal Brasile e ben radicati in Canada per il riciclaggio e il reinvestimento di capitali, da un’altra la famiglia Crupi, legata alla potentissima cosca Commisso di Siderno e anche lei attiva in Canada, che aveva il suo punto di forza in nord-Europa, in Olanda in particolare, da dove gestiva un fiorente traffico di marijuana e reinvestiva i proventi nel business legale dei tulipani.

Due indagini iniziate separatamente: la prima, quella sui Coluccio, portata avanti dai Carabinieri del Ros, la seconda, quella sui Crupi, portata avanti dagli investigatori dello Sco, fino a quando i pm della DDA di Reggio Calabria, Gratteri, Paolo Sirleo e Antonio De Bernardo non hanno trovato “un’armonica sintesi” tra i due filoni, tanto da riunirle entrambe in un’unico decreto di fermo.

Tutto è partito dalla ricerca di alcuni latitanti della famiglia Aquino di Marina di Gioiosa Jonica, ma lungo la strada gli investigatori hanno individuato delle macchinazioni ancora più interessanti: il capo storico della famiglia Coluccio, Giuseppe Colluccio, classe ’66, recentemente liberato dopo l’arresto a Toronto nel 2008 e quattro anni di carcere in Italia, stava riprendendo in mano le redini della sua famiglia, in dissesto senza la sua guida. Dal dicembre 2012, data della sua scarcerazione, si ritorna a parlare di affari a casa Coluccio. Il fratello Antonio era già sotto controllo da parte delle forze dell’ordine, e finalmente le microspie a casa e in macchina cominciano a trasmettere una musica interessante.

Un nuovo patto per il narcotraffico

Giuseppe torna quindi a comandare, e si stringono alleanze con la famiglia Mancuso per il narcotraffico dall’America Latina. Luigi Mancuso, capo dell’omonima famiglia egemone nella zona di Limbadi, aveva stretto amicizia con Giuseppe Coluccio in carcere, allo sgocciolo dei 19 anni passati dietro le sbarre.

Mancuso, liberato anche lui nel 2012, ha eccellenti contatti da mettere in campo per questo business: grazie anche ai sui legami con i narcos sudamericani, si sarebbe occupato di approvvigionare i clan di cocaina dal Brasile, occupandosi poi del trasporto della droga fino ai porti dell’Europa, evitando i porti italiani, che sono ad oggi troppo ben controllati dalle nostre autorità. I Coluccio invece si sarebbero occupati dello stoccaggio e della distribuzione della coca in Italia, e della possibilità di estensione del business anche a Canada e Australia, grazie ai legami criminali di Giuseppe Coluccio in entrambi i paesi. Il porto di Halifax, in Canada, sarebbe stato per i Coluccio uno scalo fondamentale.

Entrambi i gruppi avrebbero messo le loro risorse a disposizione: uno degli affiliati alla cosca in un’intercettazione propone di affidare il trasporto della polvere bianca in Italia a “Enzo”, che gli inquirenti avrebbero identificato in un parente dei Mancuso e socio della ditta Tomeomare, dedita alla pesca e al commercio ittico, con disponibilità di natanti idonei al trasporto via mare della cocaina.

Antonio Coluccio aveva anche un altro canale da mettere a disposizione: nelle sue frequenti vacanze con la moglie a Santo Domingo avrebbe attivato la possibilità di importare 50 chili di coca a settimana con aerei della NEOS, una compagnia aerea italiana che ha voli regolari dall’isola caraibica a Milano.

Per quanto riguarda gli Aquino/Coluccio, interessante è il loro legame con la Cosa Nostra siciliana, per la quale svolgerebbero il ruolo di fornitori. Nel 2013 un’intercettazione svela come il gruppo era in “affari” con Pietro Tagliavia, boss del gruppo mafioso del quartiere Brancaccio di Palermo. Il padre Francesco fu arrestato nel 1993 e condannato, con altri esponenti della mafia, all’ergastolo per gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino e per gli eventi stragisti di Roma Firenze e Milano.

Il riciclaggio a forma di Acero

Ma i fratelli Coluccio avevano imparato anche a riciclare denaro molto bene. L’estate del 2008 avevano consegnato all’avvocato canadese James Kenneth 1 milione e 700 mila dollari affinché li riciclasse. L’avvocato, arrestato in Canada per riciclaggio e frode fiscale ma finora mai connesso alla ‘ndrangheta, avrebbe usato la società Sterling Capital Corporation registrata nel paradiso fiscale caraibico delle isole Turks e Caicos per mettere in piedi attività di riciclaggio per terzi, secondo le indagini dell’unità RCMP della polizia canadese. Ebbene, l’indagine ‘Acero Connection’ ha scoperto come l’avvocato abbia agito da immobiliarista per i Coluccio a Tortonto in varie occasioni, usando per esempio la Sterling per comprare il condominio che comprende l’appartamento della moglie di Antonio Coluccio, figlia del latitante Carmelo Bruzzese. Per gli inquirenti reggini l’avvocato avrebbe riciclato denaro della ‘ndrangheta anche tramite la ‘Eveline Holdings Inc’, sempre alle isole caraibiche.

A riprova di questo ci sono tre bonifici da oltre 500mila ricevuti nell’estate del 2008 dall’azienda italiana ‘Bella Calabria 2005 srl’. Bella Calabria è legata a doppio filo con la ‘ndrangheta, riconducibile infatti a Rocco Aquino (cl. 60), cugino dei Coluccio e boss di Marina di Gioiosa Ionica, e a Rocco Morabito, uomo di primo piano del locale di Africo, entrambi detenuti. L’azienda edile è peró famosa grazie all’indagine ‘Metropolis’, sempre a firma Gratteri-Sirleo, che ha scoperto come fosse servita alle cosche Aquino-Coluccio per costruire e vendere 25 villaggi turistici sulla costa jonica, compreso il famoso ‘Gioiello del Mare’ servito a riciclare proventi dell’IRA, il gruppo terroristico del’Irlanda del Nord.

Erba e tulipani: l’Olanda

L’altra faccia della medaglia di questa imponente indagine è il filone che porta in Olanda, ai Crupi/Commisso. Le indagini dello Sco in questo Paese sono state supportate dal National Crime Squad di Amsterdam.

La famiglia Crupi di Siderno, legata alla potente cosca Commisso, è storicamente radicata nei Paesi Bassi, Nord America e Australia. La nuova indagine – scrivono i magistrati nel fermo – “ha dimostrato le poliedriche attività criminali della famiglia Crupi” e confermato da una parte il radicamento delle loro alleanze mafiose in Nord America, da un’altra il loro ruolo di leader del narcotraffico nei paesi nel Nord Europa come Olanda, Belgio e Germania, diventati “crocevia strategici per il traffico di droga dal Centro e Sud America nonché per la progressiva, illecita infiltrazione di importanti settori economici e commerciali”.

Una famiglia ‘cardine’ quella dei Crupi, che in Canada e in Olanda è di casa e che è referente sia dei Commisso di Siderno che dei Coluccio di Gioiosa Ionica. Insomma una grande multi-utility del crimine che varia gli affari, a seconda delle richieste, da droga ad agricoltura, da fiori a cioccolata. La divisione criminalità organizzata dello Sco, infatti, sotto la direzione del Dott.Andrea Grassi, ha scoperto come i Crupi in Olanda oltre ad essere narcos di marjiuana e cocaina fossero anche inseriti imprenditorialmente nel settore della floricoltura e per questo in controllo di un vasto segmento del mercato olandese che riuscivano ad influenzare con modalità tipiche mafiose.

I fratelli Crupi risultano titolari di una rivendita all’ingrosso per il commercio di fiori sia a Siderno, in Calabria, che a Latina, in Lazio. I fiori, provenienti dall’Olanda, venivano spediti in Italia grazie alla rete di import-export di settore che i Crupi avevano messo su con le aziende Fresh B.V. e Kinomi B.V. Un business che avveniva sotto l’ala protettrice di Vincenzo Macrí, cognato di Vincenzo Crupi e figlio del boss ‘Ntoni Macri, meglio conosciuto come ‘boss dei due mondi’ perché riconosciuto e rispettato sia in Italia che in Nord America.

Le aziende olandesi permettevano ai Crupi e alle cosche servite anche di riciclare ingenti capitali provenienti dal traffico di droga e dalla ricettazione di merce rubata, per esempio 250 tonnellate di cioccolata Lindt, per un valore di oltre 7 milioni di euro, sottratta alla succursale italiana dell’azienda e rivendute in paesi terzi come l’Ungheria traendone facile profitto. Tanti soldi da non riuscirli a contare. Dichiara Gratteri a Il Dispaccio: “in un’intercettazione uno di loro raccontava quanto fosse stato difficile, nella notte, contare con la macchinetta tutti i soldi della settimana, senza poi riuscirci per quanto era ingente la quantità di denaro”.

Gli autori ringraziano Claudio Cordova, Direttore de Il Dispaccio, per il sempre presente supporto.

Questo è articolo è stato pubblicato il 29 settembre 2015 su Correct!v.