di Luca Rinaldi

Non possiamo aspettare il morto, come sempre succede in Italia, per dire che a Foggia c’era la criminalità e nessuno lo aveva detto». Così parlo l’ex questore di Foggia Piernicola Silvis il 27 e 28 giugno del 2014 davanti dalla commissione del Senato presieduta da Doris Lo Moro che indagava sulle intimidazioni agli amministratori locali. Tre anni dopo i fatti si sono incaricati di far suonare le parole di Silvis come una profezia. Due uomini che nulla c’entravano con la guerra di mafia in corso nel Gargano sono caduti sotto i colpi di un fucile d’assalto e ora il Foggiano e le sue cosche occupano le prime pagine dei giornali.

Ascesa dei nuovi Corleonesi

A sancire che oggi la faida del Gargano debba essere una «questione nazionale» è stato lo stesso ministro dell’Interno Marco Minniti. Al solito l’annunciata risposta «durissima» prevede reparti speciali (192 uomini in più) e addirittura droni. Ma c’è chi a denti stretti ammette che servirebbero più che altro bravi investigatori e magistrati preparati, perché di fronte lo Stato si troverà un gruppo criminale che tanto ricorda i corleonesi di Totò Riina ai tempi dell’ascesa da «viddani» (i villani) a mafiosi di rango all’assalto di Palermo. Prima facendo “cantare” le armi e poi andandosi a sedere al tavolo degli appalti da Nord a Sud. […]

Leggi l’articolo completo pubblicato su Lettera43 l’11 agosto 2017.
Photo credit: Il Fatto Quotidiano

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