di Lorenzo Bagnoli

Cinque anni a marcire in un carcere libico. Franco Giorgi ci è rimasto con l’accusa di trafficare armi con gruppi di terroristi. In Italia, nell’agosto 2016, il gip di Ascoli Piceno aveva firmato un’ordinanza di arresto, per lo stesso reato. Ma Giorgi, nato ad Ascoli Piceno nel 1943, si trovava già in carcere in Libia da oltre un anno. L’estradizione è arrivata ieri. La fine di un incubo, più che di una latitanza, come ha invece dichiarato il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: “Alla giustizia italiana non si sfugge”.

Professione ufficiale: imprenditore edile. Fin dagli anni Settanta, però, il business principale di Giorgi sono le armi. Soprattutto in Paesi dove c’è un embargo. Somalia, Israele, Tanzania, Sudan, Libano, Iraq. Dagli anni Settanta, Giorgi ha viaggiato in tutto il mondo come procuratore di aziende di armamenti. Anche se non parla lingue straniere (pure con l’italiano, a volte, tentenna). L’ultimo incarico ufficiale, riscontrato dalla Procura, era per la Arex, la versione slovena della nostra Leonardo. Sul suo ultimo biglietto da visita era direttore della Fig, azienda per la vendita di armi di base a Sofia.

Giorgi c’era in molti momenti misteriosi della storia d’Italia. Come l’omicidio di Ilaria Alpi, nel 1994. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso lo ha ascoltato molte volte e da quelle carte sono uscite decine di storie su di lui. Storie che lo avvicinano ai servizi segreti: quando abitava in Svizzera, avrebbe lavorato per i libici, poi per il Mossad e infine anche per gli italiani. Avrebbe fatto da intermediario, nel 1980, anche tra uomini della ’ndrangheta e Gheddafi.

L’interessato ha sempre smentito ogni vicinanza con questi ambienti, ma resta difficile spiegare il contenuto del suo archivio personale, una lista di contatti e operazioni su scala globale che sembra uscita da spy-movie. Quando i carabinieri del Ros hanno messo le mani sul suo computer, hanno trovato file e documenti che portavano in tutto il mondo: garanzie bancarie dalla Banca centrale del Venezuela, operazioni con un’azienda di energia rinnovabile in Corea del Nord, accordi commerciali con militari libici, complesse transazioni sui suoi conti da Panama, tramite una banca lettone. Le merci per cui tutti si rivolgevano a Franco erano soprattutto fucili di precisione. I contratti che avrebbe trattato valgono centinaia di milioni di euro. Secondo l’accusa, Giorgi era l’anello di congiunzione tra un mondo di produttori, aziende spesso ‘pubbliche’ che mai potrebbero vendere direttamente a certi clienti e un mondo di acquirenti pronti a tutto, spesso di stanza in Paesi sotto embargo, che a loro volta mai potrebbero comprare per vie ufficiali.

La capacità di Franco Giorgi di muoversi e apparire credibile in questo riservatissimo settore ha dell’incredibile. Ma sono molti gli aspetti della sua vita che restano avvolti nel mistero, compresa la sua cattura in Libia. Ad arrestarlo sarebbero stati i servizi segreti di Tripoli, mentre cercavano gli operai dell’italiana Bonatti, sequestrati lo stesso anno in Libia. Avrebbero dovuto riconsegnarlo all’Italia, invece hanno preferito tenerselo. Giorgi, in Libia, ci era andato per chiudere la vendita di pistole, fucili, munizioni e altri armamenti. Gli inquirenti hanno trovato sue foto in cui è ritratto dietro pile di casse, o mentre prova fucili insieme ai suoi acquirenti. Il carico di armi sarebbe dovuto arrivare via aereo a Tobruk, nell’ovest del Paese. Il cliente finale sarebbe dovuto essere Abdel Razzaq al Nathuri, qualche anno più tardi importante luogotenente del generale Khalifa Haftar. Era un’altra Libia: gli schieramenti erano ancora più confusi di quelli di oggi.

Giorgi lo sapeva fin dall’inizio che partire sarebbe stato rischioso. Per l’affare aveva ricevuto tramite hawala – una sorta di money transfer informale – 190 mila euro come caparra per il lavoro. Quei soldi sarebbero serviti anche a noleggiare l’aereo che avrebbe dovuto portare il carico in Libia. Solo che quei soldi spariscono. Lo ha denunciato per primo lo stesso Giorgi, con un esposto in Procura depositato sei mesi prima della sua partenza. Sostiene che glieli abbia sottratti il suo aiutante-traduttore Gamal Botros, il quale a sua volta risponde con una controdenuncia quattro giorni dopo. Eppure Giorgi parte lo stesso, con chissà che piano per giustificare la mancata consegna della merce.

Il mancato arrivo delle armi in Libia è stato la fortuna di Giorgi: secondo quanto ha appreso la Procura di Ascoli Piceno, è questo che ne impedisce la condanna a Tripoli: il verdetto è assoluzione con formula piena. Così, quattro anni dopo, la Libia ha dovuto rilasciarlo.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 2 aprile 2019.
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