di Vincenzo Maccarrone

La trattazione della maggior parte dei media nostrani (e di quelli internazionali) delle vicende sanguinose che coinvolgono Gaza è stata spesso insoddisfacente, a parte alcune eccezioni (bisogna dare atto al Manifesto dell’ottimo lavoro svolto). Cercheremo di porre rimedio a queste mancanze intervistando Dimi Reider. Dimi è un giornalista Israeliano ed è fellow allo European Council on Foreign Relations (ECFR). I suoi lavori sono apparsi su The New York Review of Books, The New York Times, The Guardian, Foreign Policy, Haaretz, Daily Beast, Jerusalem Post e Index on Censorship.

VM: una delle argomentazioni usate del governo israeliano (si veda questa intervista fatta da Channel4 al portavoce del governo israeliano Mark Regev) e dai suoi sostenitori è che Hamas stia usando la popolazione di Gaza come un grande “scudo umano”. Questa argomentazione è stata rilanciata anche da alcuni siti e media nostrani. Qual è la tua posizione al riguardo?

DR: penso che questo sia un modo per spostare l’attenzione dal problema principale. Anche se Hamas usasse civili come scudi umani – il che, a quanto ne sappia io, è accaduto in rari casi – le persone a Gaza stanno morendo non perché siano state “usate” come uno scudo ma perché è l’esercito israeliano che le ha colpite.

Il problema principale di cui parlavo è la proporzionalità. Secondo il diritto internazionale, nel caso vi sia un obbiettivo militare che potrebbe comportare vittime civili, ciò che deve essere soddisfatto è che il rischio nel caso tu non elimini l’obbiettivo sia maggiore del rischio che c’è se lo fai – rischio non solo per i tuoi soldati e i tuoi civili, ma anche per i civili nemici.

La maggior parte degli obbiettivi che Israele ha colpito erano razzi che, per quanto fossero criminali le intenzioni di Hamas nel lanciarli, pongono un rischio davvero ridotto per le vite degli israeliani. Oppure erano i tunnel, che Israele è stata capace di contenere fino ad ora per molti anni senza aver bisogno di far saltare in aria case, ecc. Quindi, in concreto, qui abbiamo degli obbiettivi che pongono un rischio davvero piccolo, ma che vengono eliminati con un numero enorme di vittime civili. Questo non ha nessuna giustificazione morale e legale.

Oltre a questo, bisogna considerare che Gaza è un’area piccola e densamente popolata. Per quanto possa essere più “morale” per Hamas separare chiaramente le sue installazioni militari dalle aree civili, non c’è spazio fisico per fare questo. E, siamo onesti, nessuna organizzazione militare o paramilitare costruirebbe le sue basi in zone chiaramente distinte dalle altre. Israele ha installazioni militari cruciali in aree civili, ma immagino che non per questo saremmo indulgenti verso qualunque esercito o gruppo paramilitare che le prendesse come bersaglio e uccidesse un gran numero di nostri civili.

VM: la seconda cosa che desideravo chiederti riguarda il rapimento, seguito dall’uccisione, dei 3 ragazzi israeliani. Pochi giorni fa il giornalista della BBC Jon Donnison ha riportato una conversazione avuta con il portavoce della polizia israeliana, Mickey Rosenfed, dalla quale si apprende che presumibilmente il governo israeliano sapeva già che i ragazzi erano morti prima di cominciare le operazioni su Gaza, e che sapeva che erano stati rapiti da una cellula isolata, non operante direttamente sotto il comando di Hamas. Il governo isrealiano aveva invece immediatamente incolpato Hamas della vicenda, e aveva usato il rapimento come scusa per iniziare le operazioni in Cisgiordania e Gaza. Pensi che la versione di Donnison abbia un fondamento?

DR: assolutamente sì. In primis, Jon è un giornalista serio, il che ovviamente aiuta. Perciò, quando Jon dice che ha riportato direttamente le parole dalla polizia di Israele, tendo a credere a ciò che dice. Ma, cosa più importante, quanto dice è molto più coerente con la sequenza di eventi che si sono susseguiti rispetto alla versione governativa.

Questo non perché Hamas non farebbe mai una cosa del genere – hanno fatto anche di peggio – ma perché semplicemente non c’è scenario in cui questo abbia senso, politicamente e militarmente. Da dove inizio?

VM: iniziamo dallo scenario politico.

DR: Hamas era ad uno dei punti più bassi della propria storia, avendo perso la sua base a Damasco, il suo protettore- l’Iran- e il suo sostituto protettore, cioè l’Egitto. Addirittura l’Egitto si è spinto a bloccare i tunnel da Rafah, non solo tagliando fuori Gaza dal resto del mondo- rendendo l’assedio 10 volte peggiore- ma prosciugando le uniche fonti autonome di ricavo da parte di Hamas. Quindi Hamas era sul punto di fare un accordo unitario con Fatah. Un accordo unitario che assomigliava molto di più al fatto che Hamas accettasse l’autorità di Fatah, piuttosto che ad una partnership eguale.

La cosa peggiore che potesse accadere in quello scenario era che Hamas improvvisamente alzasse il livello dello scontro con Israele – e sul terreno di Fatah, nella West Bank. Insomma, alzare il livello dello scontro con un rapimento sarebbe stato un suicidio politico senza alcun senso.

VM: e per quanto riguarda l’aspetto militare?

DR: proviamo a comparare la cattura del soldato Shalit e il rapimento di questi 3 adolescenti. Nel caso di Shalit ci sono stati mesi di allenamento e preparazione. C’era almeno un rifugio ben preparato, forse di più. Le operazioni erano comandate da uno dei membri di Hamas più alti di grado.

Nel caso dei ragazzi, l’operazione è stata compiuta da due uomini non particolarmente in alto nella gerarchia di Hamas, con una sola macchina e un’arma da fuoco. E questi due hanno perso il controllo quando i ragazzi hanno fatto una chiamata telefonica (benché non sappiamo nemmeno (siamo nemmeno certi) se il piano fosse di tenerli in ostaggio o ucciderli quella notte). In breve: una marea di differenze, specie se si considera il background dei due rapitori.

In più, se torniamo ai giorni immediatamente successivi il rapimento, vediamo che, primo, Hamas ha negato fermamente la sua responsabilità e che, secondo, in quei giorni il governo israeliano è stato bene attento a non dire che il rapimento l’aveva ordinato Hamas a Gaza.

La prima versione udita è stata che il rapimento l’avessero fatto “uomini di Hamas”. Poi si è passati a “Hamas ne è responsabile”. Quindi, quando Israele ha cominciato a fermare nella West Bank chiunque avesse un benché minimo legame con Hamas, a Gaza Hamas ha deciso che aveva bisogno di mostrare di tenere ancora alla West Bank. E ha lanciato dei razzi, devo dire in maniera non molto saggia.

Israele a sua volta ha risposto con dei razzi, e prima ancora di rendercene conto c’era una guerra in atto e – nonostante nessuno avesse pronunciato le fatidiche parole “Hamas da Gaza ha ordinato il rapimento dei ragazzi e ha cominciato la guerra” – questo è quanto la maggior parte degli israeliani ha finito per credere. Uno dei segni rivelatori in tal senso è che adesso il governo ed i giornalisti pro-Israele vanno dicendo “oh, nessuno ha MAI detto che Hamas abbia ordinato il rapimento” o “che Hamas da Gaza abbia ordinato il rapimento”.

VM: a giudicare da alcuni siti pro-Israele, anche qui in Italia è così. Ora le argomentazioni dei sostenitori del governo Israeliano sono che Israele ha reagito al fatto che Hamas stesse lanciando razzi da mesi contro Israele.

DR: diciamo pure anni.

VM: trovi che questa argomentazione sia sensata?

DR: sono sicuro che abbia senso per le persone che vivono sotto il lancio dei missili. È una brutta faccenda, è peggiorata e civili e soldati sono morti. Ma il punto è che Israele non “finisce il lavoro” mai perché non vuole finirlo, perché è contento del fatto che Hamas controlli la Striscia e controlli gli altri gruppi. Perciò, ogni volta che Israele alza il livello dello scontro e lo fa a causa dei missili, le persone dicono : “finalmente, facciamola finita questa volta”.

Perciò ha senso ad un certo livello, diciamo da un punto di vista interno di Israele e dal punto di vista delle persone direttamente colpite dal conflitto. Ma non ha alcun senso dal punto di vista strategico e dal punto di vista del diritto internazionale. Però il governo israeliano, specialmente Netanyahu, non pensa molto riguardo al lungo periodo. Non ha una visione. La nostra è una società “di sopravvivenza” e Netanyahu la incarna perfettamente. Siamo a nostro agio quando non dobbiamo prenderci obblighi di lungo periodo, irreversibili. Ci troviamo a nostro agio con un conflitto a bassa intensità che pensiamo di poter controllare, ma la situazione di Gaza e la situazione in Israele e nella West Bank potrebbero lentamente sfuggirci di mano.

VM: l’ultima domanda che volevo farti riguarda la volontà di arrivare ad una tregua. Mi riferisco ad esempio al tentato cessate il fuoco proposto il 15 Luglio con la mediazione dell’Egitto. Nell’intervista a Mark Regev che citavo all’inizio, il portavoce del governo israeliano aveva dichiarato che Israele era disponibile ad una tregua, ma che Hamas aveva rifiutato. Tuttavia l’intervistatore aveva specificato che Hamas aveva dichiarato di non essere mai stato contattato direttamente, e che era una mossa degli egiziani. Qual è il tuo pensiero al riguardo?
Pensi che ci sia una minima speranza di tregua continuata?

DR: le due parti sono ormai andate troppo a fondo nella faccenda, è difficile vedere come ne possano uscire. La proposta egiziana di cessate il fuoco è stata fatta consultando pochissimo Hamas. Inoltre Hamas è già alle corde e tenta il tutto per tutto: fa una richiesta molto grande (la rimozione dell’assedio) per tentare di ottenere qualcosa di molto più piccolo, ossia sopravvivere come forza di combattimento. Ogni volta che Israele propone una tregua, Hamas prova a capire attentamente se accettare potrebbe sembrare arrendersi. Di solito è così, e quindi Hamas non accetta. Quando tutto sarà finito, l’unico modo che ha Hamas per rimanere una forza politica nella lotta palestinese è sopravvivere. Ho già sentito questa storia da amici che vivono nella West Bank, che sono impressionati da come Hamas stia ancora combattendo, nonostante le probabilità di vittoria le siano assolutamente avverse, e di come sia perfino riuscita ad uccidere alcuni soldati israeliani, in numeri molto maggiori- relativi al periodo di combattimento – rispetto a quanto Israele abbia visto fin dai tempi dei fatti in Libano nel 2006.

Tuttavia, c’è un rovescio della medaglia. Per quanto orribile sia il pensiero, Israele per ora si sta trattenendo- usando una frazione della sua potenza di fuoco e mettendo in campo forze di terra in una frazione minima della Striscia di Gaza. La ragione è che, come ho già detto, non vuole far cadere Hamas e non vuole rischiare ripercussioni internazionali.

Questo significa che Israele probabilmente non andrà fino in fondo, ma più va avanti il combattimento, più spazio c’è per un’escalation. E, sapete, stiamo osservando adesso il dolore folle inflitto a Gaza con Israele che usa soltanto una delle sue dieci dita, parlando metaforicamente.
Non è probabile che usi entrambi i pugni in un futuro prossimo, ma se questo è quello che può fare con un dito, figuriamoci con due dita.

VM: la metafora è chiarissima. Quindi?

DR: Hamas sta giocando un gioco molto pericoloso e le persone che lo stanno pagando, come in ogni guerra negli ultimi 100 anni, sono per lo più civili. Quindi, combattendo, Hamas sta creando spazio per una escalation in una guerra che non può vincere militarmente e questo potenzialmente avrà delle ripercussioni politiche, come successe ad Hezbollah nel 2006. La popolazione ha supportato Hezbollah mentre avvenivano i combattimenti, ma, una volta che questi sono finiti, lo ha punito.

VM: E per quanto riguarda le possibilità di una tregua continuata?

DR: Io penso che entrambe le parti possano fermarsi. Penso che sia perfettamente possibile per Hamas dire che hanno fatto del loro meglio e sia perfettamente possibile per Israele affermare che hanno neutralizzato la maggior parte dei tunnel e delle minacce di razzi. Il problema è che ora Netanyahu è molto spaventato di cosa succederà il giorno dopo la fine della guerra e di quanto pesantamente verrà attaccato da destra (sfortunatamente la sinistra non costituisce una minaccia per lui).

Se avverrà un replay di quanto accaduto nel 2012, la Destra dirà: “È per questo che abbiamo perso 50 soldati? Per tornare da dove eravamo partiti?” Per cui Netanyahu questa volta vuole qualcosa di diverso. Apparentemente vuole che Hamas si disarmi dai razzi (e – si noti – solo quelli, non di tutte le armi, perché abbiamo ancora bisogno che Hamas abbia armi per combattere le fazioni più radicali). Ovviamente questo ad Hamas non va bene.

Perciò, finché le parti non si accordano su una formula almeno per rimandare i problemi più grandi, i combattimenti continueranno. Magari ad una intensità minore, ma continueranno. Oppure Netanyahu alzerà il livello dello scontro, cosa a cui sembra alludere adesso. Insomma, in ogni caso la situazione non è buona.

VM: c’è qualcosa che vorresti aggiungere?

DR: sì, qualcosa c’è. Il grande cambiamento che riguarda questa escalation di violenza è che stia avvenendo dappertutto in un colpo solo, e che le strutture organizzate non lo controllino. Per strutture organizzate intendo lo Stato nel caso di Israele, i gruppi paramilitari nel caso palestinese.

Il grande cambiamento non è Gaza, sono gli ebrei che attaccano gli arabi sulle strade e casi di non professionisti che fanno azioni brutali e stupide, come i rapitori dei ragazzi. Stiamo vedendo un incremento nella violenza a livello popolare che è molto più preoccupante di ogni guerra “normale”.

Vi è anche una violenza politica dentro Israele, che viene usata per sistemare vecchie faccende fra differenti gruppi e classi sociali. La domanda da un milione di dollari è se questa violenza “popolare” sarà soppressa dalla guerra, o tornerà in superficie quando la guerra sarà finita e continuerà a destabilizzare lo status quo incredibilmente fragile che abbiamo adesso.

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