di Alessia Cerantola, Emanuele Satolli, Matteo Moretti

L’11 marzo 2011 alle 14.46 ora locale, una scossa di terremoto di magnitudo 9 sulla scala Richter, con epicentro al largo della costa nordorientale del Giappone, ha scatenato uno tsunami alto fino a quaranta metri. L’onda è arrivata lenta e inesorabile inghiottendo intere città.

Cinque anni dopo, quel tratto di costa è ancora un cantiere a cielo aperto che si estende a perdita d’occhio per centinaia di chilometri, frenetico e polveroso. Superati i boschi disabitati che separano la costa dall’entroterra, si aprono distese di terreno fresco dove i rumori incessanti dei camion, delle ruspe e dei trapani al lavoro per la ricostruzione fanno da sottofondo e le baie odorano dell’asfalto e del legno appena piallato e verniciato. Sulle ceneri delle città e dei villaggi di pescatori spazzati via dall’acqua ne sono nati di nuovi, ma rispetto a prima c’è una differenza fondamentale: mancano gli abitanti. Quasi 15.900 persone sono morte e circa 2.500 sono scomparse.

– Il reportage completo è stato pubblicato su Internazionale l’11 marzo 2011 –