di Paolo Biondani e Leo Sisti

Il fondo sovrano di Abu Dhabi. Il faraone egiziano Sawiris. Il gigante americano General Electric. Colossi bancari come Hsbc e Deutsche Bank. Il big europeo dei diritti del calcio. I signori australiani delle energie rinnovabili. Tutti pronti a investire in Italia. Passando però dal Lussemburgo. Dopo aver frmato accordi segreti (tax ruling) con il fsco del Granducato. Tra i documenti resi pubblici dall’Inter national Consortium of Investigative Journalists, “l’Espresso” ha analizzato nuovi ruling che riguardano l’Italia. In testa, per valore, ci sono due intese lussemburghesi che interessano la holding italia na Weather, con sede a Roma, in via Due Macelli. Il primo è dell’8 marzo 2010.

All’epoca la Weather controllava Wind, la terza società italiana di telefonia mobile, vendutale nel 2005 dall’Enel. Il padrone del gruppo è il magnate egiziano Naguib Sawiris. Il ruling (nome in codice, “Sunshi ne II”) descrive un’operazione fnanziaria che parte dall’Italia e arriva alla compa gnia egiziana Oth/Orascom. L’azienda italiana presta 235 milioni a società del Granducato che ne riversano 225 in Egit to. Sfruttando il sistema lussemburghese, l’accordo consente di annullare le tasse sui dividendi e sulle plusvalenze in caso di vendita. Il secondo ruling, del 25 agosto 2010, legalizza il trasferimento in Gran Bretagna della struttura lussemburghese, che però è autorizzata a mantenere la base tributaria nel piccolo Paese, con tutti i vantaggi che ne derivano. Il risulta to è eccezionale: un’unica società ha la sede legale in uno Stato e quella fscale in un altro.

L’operazione è la premessa per l’acquisto della compagnia telefonica greca Hellas, che aveva un grosso guaio: scalata da due fondi esteri, era oberata di debiti. Nel passaggio della testa del grup po a Londra, migliaia di risparmiatori greci hanno visto sfumare ogni speranza di recuperare i loro investimenti nei bond targati Hellas: per questo i loro avvocati hanno avviato cause per 400 milioni a Londra, New York e Lussemburgo. Dove ora, in pratica, accusano il Granducato di essersi arricchito a spese della Grecia già sull’orlo del crac.

Lo sbarco degli emiri

Si chiama invece “Silver lining” (“Fodera d’argento”) il piano descritto il 25 novembre 2009 dai consulenti di PriceWaterhouseCoopers (Pwc) a “monsieur ru- ling”, ovvero Marius Kohl, il custode dei patti segreti con il fsco lussemburghese, che lo approva in giornata. Al centro c’è un’alleanza tra due colossi: Mubadala Development, il fondo sovrano di Abu Dhabi, e Ge Capital, il braccio fnanziario di General Electric. La joint venture 50/50 si chiama proprio Mubadala Ge. Il gruppo arabo è conosciuto in Italia perché ha ac- quisito la quasi totalità della Piaggio Avia zione, ma è anche un grande azionista del fondo americano Carlyle e della stessa General Electric. Nel ruling la Mubadala Ge dichiara i suoi obiettivi: acquistare partecipazioni societarie in Italia, Gran Bretagna, Germa nia e Francia investendo ben un miliardo e cento milioni di dollari in tre anni. Già, ma chi li finanzierà?

Un veicolo lussemburghese, denominato PlatformCo, che fa capo agli stessi due titani. E sfrutterà, come di consueto, i vantaggi fscali del Lussembur go. Che in casi come questo vengono am plifcati dall’utilizzo di strumenti fnanziari ibridi (in gergo Ppl), considerati investi mento azionario in quasi tutto il mondo. Il Lussemburgo invece permette di conside rarli come debiti, con possibilità di dedur- re gli interessi passivi dai redditi. Nel ruling, dal punto di vista italiano, c’è un’altra anomalia: a questi redditi viene attribuito un valore prefssato. Non più di un nono della media dei prestiti ibridi. Facile l’obie zione: perché non un sesto o un quinto? Il risultato comunque è chiarissimo: tasse ridotte al minimo.

Immobili senza confini

I ruling lussemburghesi minimizzano il carico fscale anche sui super-proftti im mobiliari. Un esempio rilevante per l’Italia riguarda Deutsche Bank, un big del credito con 67 mila dipendenti in 74 Paesi. La banca tedesca opera in questo settore tramite fondi come il “Global Opportunities IB”, che il 22 febbraio 2006 presenta un bel ruling, frmato il 6 marzo dal solito Kohl. L’obiettivo è abbattere le tasse su un colossale piano d’investimenti (vedi graf co in alto), gestito attraverso una piramide societaria: in cima c’è un fondo con base nelle isole Cayman, noto paradiso offsho re a tassazione zero; in mezzo, una control lata di Malta, che possiede quattro fnan ziarie lussemburghesi.

Una di queste detiene azioni di due società (srl) italiane: il 60 per cento della Erice, il 30 della Tamerice. Quest’ultima è ben nota in Italia, dove nel 2005 ha fatto un colpo grosso: ha acqui stato la Rinascente dai gruppi Agnelli e Auchan, versando ben 888 milioni di euro. All’inizio dell’operazione la Tamerice ha il seguente parterre di azionisti: Deutsche Bank (30 per cento), Investitori Associati (46 per cento), Pirelli Re (20 per cento) e la famiglia Borletti (4 per cento), erede di Senatore Borletti, che nel 1917 aveva fon dato il grande magazzino, poi battezzato Rinascente da Gabriele D’Annunzio. Subito dopo la compravendita entra in azione il “sistema” lussemburghese: da un’altra delle quattro fnanziarie targate Deutsche Bank partono prestiti per 45 milioni che arrivano a Erice, di cui ancora Pirelli ha il 40 per cento, e alla stessa Tame rice.

Alla fne del 2005 bisogna ristruttura re i debiti e dal Lussemburgo piovono altri 21 milioni sulla Tamerice e poco meno di 8 su Rinascente-Upim. Che a quel punto è controllata per il 30 per cento dalle società lussemburghesi e per il restante 70 dai vecchi azionisti della Tamerice. Grazie al ruling, tutti questi investimenti azionari e i prestiti alle società sottostanti, come quel le italiane, sono rappresentati dai soliti ti toli “ibridi”, che il Lussemburgo autorizza a considerare debiti. Il risultato è che non si paga nessuna tassa sui dividendi, com presi quelli che escono dalle italiane Erice o Tamerice per affluire alle finanziarie lussemburghesi. Che a loro volta potranno scaricare gli interessi passivi pagati alla creatura offshore di Deutsche Bank ai Caraibi.

La catena di Sant’Antonio delle esenzioni fscali giunge così al capolinea: il colosso tedesco riesce a non pagare le tasse in nessuno Stato del mondo. In questo caso, a differenza che nelle operazioni immobiliari descritte nel prece dente numero de “l’Espresso”, gli investi tori italiani partecipano solo a società na zionali, per cui non benefciano diretta mente dei ruling lussemburghesi. Mentre Deutsche Bank precisa che i suoi «fondi sono riservati a investitori istituzionali» e «il loro scopo non è l’evasione fscale»; e quelli citati nei ruling «sono stati già liqui dati o stanno per esserlo».

Diritti nel pallone

Il Lussemburgo offre leggi fiscali di estremo favore anche alle società che curano i diritti di sfruttamento di marchi, brevetti, loghi, modelli, software o licenze. Il vantaggio più vistoso è un taglio netto dell’80 per cento dei redditi imponibili. Proprio per questo ha attratto molte mul tinazionali della moda, dell’informatica, delle nuove tecnologie e di Internet. Ora i ruling svelano che il Granducato ha con cesso anche vantaggi nascosti, non previ sti dalle norme europee. E qualche caso riguarda il nostro Paese. La Sportfive è una società italiana controllata, attraverso una holding lussemburghese, dall’omonimo colosso francese del marketing sportivo, che ha acquisito i diritti di oltre 250 grandi squadre di calcio.

In Italia il gruppo commercializza, tra l’altro, i diritti della Juventus, che con i ricavi di quel contratto (75 milioni in 12 anni) ha costruito il nuovo stadio. Attraverso la sua holding, chiamata Multimedia, il gruppo france se ha potuto benefciare della favorevole legislazione lussemburghese su proftti, interessi e dividendi. Nel 2009 però la Sportfve italiana, dopo aver ricevuto prestiti da Parigi per 12 milioni, aveva accumulato perdite per altri 3,4 milioni e aveva urgente bisogno di nuovo capi tale. L’Italia però avrebbe potuto tassare quei fondi come “sopravvenienza atti va”, proprio perché arrivavano dalla Francia per via indiretta, attraverso la società lussemburghese, che per una volta rischiava di aumentare il carico fscale. A quel punto un ruling dell’11 gennaio 2010, approvato in giornata, ha autorizzato la holding a sistemare la faccenda con una “cessione di credito” (e rinuncia allo stesso) dalla Francia al Lussemburgo.

Il testo del patto riservato specifca che l’obiettivo è realizzare «una transazione non tassabile in Italia».

Le ombre sul fotovoltaico pugliese

I ruling lussemburghesi gettano nuove ombre anche sulla grande corsa a investire nelle energie rinnovabili negli anni in cui l’Italia garantiva ricchissimi incentivi pub blici. Ecco qualche esempio. Nel giugno 2010 la banca Hsbc chiede al Granducato un trattamento di favore per un suo fondo che sta investendo in Puglia con il gruppo De Gennaro. L’accordo fscale riguarda uno specifco fnanziamento ibrido di 12 milioni concesso alla società italiana (80 per cento Hsbc, 20 De Gennaro) creata per sviluppare grandi impianti fotovoltaici. L’effetto è l’azzeramento delle imposte per la banca estera: i proftti delle energie rin novabili che escono dall’Italia non sono tassabili (grazie alla direttiva europea “madre-fglia”); la società-madre lussem- burghese può invece scaricare gli interessi girati alla capogruppo inglese; e alla chiu sura dell’investimento, anche le plusvalenze saranno libere da imposte.

La famiglia De Gennaro non parteci pa alle strutture lussemburghesi, per cui quel ruling avvantaggia solo Hsbc. Ma il patto spiana la strada a nuovi affari che premiano i soci italiani: nel genna io 2011 infatti il fondo targato Hsbc, gonfo dei proftti esentasse, acquista dieci campi fotovoltaici proprio dai De Gennaro. Sfortunatamente nei mesi successivi sul gruppo pugliese si scatena una bufera giudiziaria: i tre fratelli De Gennaro (due imprenditori e un politi co che era capogruppo del Pd in Regio ne Puglia) vengono arrestati per corru zione; la Dec, l’azienda edilizia di fami glia, fnisce in concordato fallimentare con debiti per 346 milioni; mentre sui loro 120 ettari di campi fotovoltaici si abbattono sequestri milionari e un pro cesso per abuso edilizio, falso e truffa fnalizzata a incassare indebitamente i sussidi pubblici.

Scandalo siciliano

Un copione molto simile riguarda gli investimenti in Sicilia del fondo australiano Babcock & Brown (B&B). Il 25 marzo 2009 il gruppo multinazionale sigla un ruling che minimizza la tassazione su un lungo elenco di attività europee, cedute dal fondo ai suoi stessi manager attraver so un apposito schermo lussemburghese. L’intesa fscale ha per oggetto anche diver se società italiane nel settore immobiliare e delle energie rinnovabili, nessuna delle quali viene menzionata nel ruling. Di certo però, in quel periodo, il fon do operava nel nostro Paese per mezzo di un’omonima srl italiana.

A presiedere quella B&B tricolore era un manager italiano, poi defunto, che è fnito sotto accusa per una truffa da venti milioni di euro, con evasione fscale per altri undi ci: una presunta frode realizzata trami te «la fttizia interposizione di società lussemburghesi» nella cessione di cam pi eolici siciliani (per oltre 50 milioni di euro) a una ditta maltese. Oggi, al pro cesso tuttora in corso a Milano, tra gli imputati spicca l’imprenditore trapane se Vito Nicastri: proprio lui, l’ex “re dell’eolico” che nel 2012 si era visto sequestrare dall’antimafa beni per un miliardo e mezzo di euro. Come presun to prestanome del boss Matteo Messina Denaro, l’ultimo stragista latitante di Cosa Nostra. Naturalmente non c’è alcuna prova che i grandi investitori esteri sapessero o so spettassero di avere a che fare con partner italiani poco raccomandabili.

Ma se si tiene conto che i privilegi fscali lussemburghesi si sono sommati agli eccezionali incentivi alle rinnovabili, pagati dagli italiani nelle bollette elettriche, il risultato resta memorabile almeno a livello econo mico: grazie al Lussemburgo, i vip stra nieri non hanno pagato tasse in Italia sui proftti delle energie rinnovabili; e con i sussidi statali, hanno addirittura incassa to soldi dai cittadini italiani.

Ha collaborato Alfredo Faieta.

Questa inchiesta è stata pubblicata sul settimanale L’Espresso il 20 novembre 2014.

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