di Leo Sisti

Alla conferenza IRE (Investigative Reporters and Editors), la prima organizzazione americana di giornalismo investigativo che fa capo alla Missouri School of Journalism, Columbia, Missouri, svoltasi dal 26 al 29 giugno a San Francisco, hanno partecipato 1.600 giornalisti provenienti da 41 paesi di tutto il mondo. Un record.

Molte le “celebrities” presenti: da Walt Bogdanovich, del New York Times, premio Pulitzer, a David Kaplan, direttore esecutivo del Global Investigative Journalism Network; da Lowell Bergman, anche lui premio Pulitzer, leggendario producer  dello show Cbs “Sixty Minutes”, ora docente di giornalismo investigativo all’Università di Berkeley; da Bruce Shapiro, professore di giornalismo alla Columbia University di New York, a Charles Lewis, fondatore del Center for Public Integrity di Washington, che ha “figliato” The International Consortium of Investigative Journalism (ICIJ), nonché consulente di IRPI, fin dalla nascita; da Mark Lee Hunter, anche lui “advisor” di IRPI, docente di giornalismo alla Business School INSEAD di Fontainebleau, a Gerard Ryle a Marina Walker Guevara, direttore e vice direttore di ICIJ.

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Il direttore esecutivo di IRPI, Leo Sisti, mostra il premio “Multiplatform-Large”.

Una presenza illustre, quella di Daniel Ellsberg, 83 anni, forse il primo vero whistleblower del giornalismo. È stato lui, militare e consulente del segretario alla Difesa Robert Mc Namara negli anni ‘60, a consegnare nel 1971, al New York Times, 7 mila pagine di carte coperte da segreto di Stato, che descrivevano la strategia degli Stati Uniti nella guerra in Vietnam. Si tratta dei famosi “Pentagon Papers”, per i quali l’allora presidente Richard Nixon aveva sollecitato un provvedimento della magistratura per bloccarne i contenuti, tra l’altro in via di pubblicazione anche da parte del Washington Post. Ma il New York Times aveva fatto ricorso alla Corte Suprema che riconobbe il diritto alla libertà di stampa. Nixon fu così sconfitto. E i “Pentagon Papers” uscirono su quei due quotidiani.

Momento clou della conferenza è stata l’assegnazione  annuale dei premi,  sabato 28 giugno, nelle varie categorie del giornalismo: giornali, televisione, libri, on line. Il premio più importante, la Medal, è stato assegnato a “The NSA Files”, pubblicato dal Guardian edizione americana, con i suoi giornalisti, tra i quali Glenn Greenwald,  che ha avuto accesso ai documenti della National Security Agency  procurati dall’ex analista di intelligence della Cia Edward Snowden.  Questa la motivazione della giuria: “Gli articoli pubblicati provano quanto fossero capillari i programmi di intercettazione nazionale e internazionale, quanto fosse stretta la relazione tra società tecnologiche e agenzie di intelligence e come la tecnologia stia raccogliendo una mole sempre più vasta di dati  sui telefoni e  e sui collegamenti Internet degli americani”.

Per la sezione “Multiplatform-Large“, vale a dire una multi piattaforma giornalistica a grande diffusione,  che comprende TV, carta stampata  e on-line, il premio è stato dato ad ICIJ per “Secrecy for sale: Inside the Global Offshore Money Maze”. E’ l’inchiesta mondiale sulle società offshore,  detenute da tanti personaggi eccellenti della politica e della finanza, pubblicata in Italia dall’Espresso,  a cura di Leo Sisti,  direttore esecutivo di IRPI,  presente alla cerimonia insieme, tra l’altro a Ryle e Walker Guevara,  e ad altri giornalisti di testate internazionali.  Ecco il commento della giuria:

“I giornalisti di ICIJ hanno scavato in mezzo a milioni di pagine di documenti, rivelando i nomi di persone facoltose che, in tutto il mondo, hanno fatto ricorso ai paradisi fiscali per nascondere le proprie fortune e non pagare le tasse. L’indagine ha indicato quali sono le maggiori istituzioni finanziarie che si sono rese loro complici, consigliando dove, e con quali strumenti finanziari, parcheggiare capitali in società di comodo delle British Virgin Islands e di altri paesi. ICIJ, una struttura del Center for Public Integrity, si è avvalso di un database contenente i nomi delle offshore e dei trust. “Secrecy for Sale” ha provocato le dimissioni di personaggi eccellenti e l’avvio di procedure civili e criminali in quattro continenti”.

Momenti di tensione si sono avuti quando Lowell Bergman, invitato come “key note speaker”, cioè l’ospite d’onore che deve tenere una “lezione” ai giornalisti presenti, si è tolto alcuni sassolini dalle scarpe ricordando un lontano episodio. Un episodio del 2000, quando alla conferenza di giugno di IRE il “key note speaker” era Don Hewitt, allora produttore esecutivo di “Sixty Minutes” della Cbs. Usando parole al vetriolo mister Hewitt si era scagliato proprio contro Lowell Bergman, il producer della trasmissione, in pratica il reporter protagonista di un’inchiesta corrosiva su una compagnia di sigarette. Disse infatti Hewitt davanti a mille giornalisti: “Bergman deve star lontano almeno 100 miglia da una newsroom”. Provocando la reazione di alcuni giornalisti presenti, tra i quali David Kaplan, che si erano alzati in piedi protestando contro con quell’intervento verbale, in assenza del diretto interessato, cioè lo stesso Bergman.

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Lowell Bergman (sx) con Leo Sisti (dx)

Per capire meglio che cosa ci sia all’origine di questa polemica, bisogna ricordare che un anno prima, nel ’99, era uscito il film “The Insider”, con Al Pacino, nelle vesti proprio di Lowell Bergman, tra l’altro assoldato come consulente. Don Hewitt se l’era presa per il modo in cui Hollywood aveva “ricostruito” tutto lo show. Perché Pacino-Bergman, dipinto come un eroe, metteva in ombra il ruolo di Mike Wallace, interpretato sullo schermo da Christopher Plummer. Il quale doveva raccontare come, grazie a un whistleblower, da lui intervistato davanti alle telecamere di “Sixty Minutes”, i manager della Brown & Williamson, di proprietà dalla British American Tobacco, manipolavano le sigarette con un additivo chimico per produrre dipendenza nei fumatori.

L’ “insider”, da qui il nome dato alla pellicola per la regia di Michael Manne, si chiamava Jeffrey Wigand, ed era stato lui a denunciare dall’interno le malefatte della sua società svelandone tutti i retroscena più negativi a Lowell Bergman. Questo in teoria. In realtà, di fronte alle minacce di querela da parte della Brown & Williamson, che in quel periodo stava per fondersi con la Westinghouse, la Cbs aveva mandato in onda una versione purgata dell’intervista, tralasciandone i dettagli più spinosi. Di fronte a un simile atteggiamento, e per non perdere la faccia di fronte a Wigand, Lowell Bergman aveva dato le dimissioni da “Sixty Minutes”, dopo molti anni. Ma la storia non è finita qui. Infatti soltanto dopo che il Wall Street Journal, il 18 ottobre ’95, aveva reso pubblica tutta la vicenda, la Cbs si era decisa a mandare in onda l’intervista completa. Ma molti mesi dopo: esattamente il 4 febbraio ‘96.

Quando il 28 giugno scorso, davanti a 1.600 giornalisti, Lowell Bergman ha rievocato questo drammatico episodio della sua vita professionale, si è rivolto al pubblico con una domanda retorica: “Com’è stato possibile che 14 anni fa, a New York, durante il convegno IRE, sia stato invitato come key note speaker Don Hewitt, proprio il produttore esecutivo di ‘Sixty Minutes’ che mi aveva messo sulla lista nera, come se io non dovessi più esistere professionalmente?”. Solo un lungo applauso ha potuto rendere meno amaro un violento “J’accuse” contro i responsabili di IRE dell’epoca.

Prossimo appuntamento per la conferenza IRE: Filadelfia, giugno 2015.