di Giuseppe Legato

In Brasile, da qualche parte, forse vicino a Fortaleza, vivono nascosti – dal 2014 – Nicola Assisi e suo figlio Patrick. Latitanti. Tutti li cercano e nessuno riesce a prenderli. Fantasmi sono e tali saranno anche stamattina nel processo che si apre a Ivrea a loro carico con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico internazionale.

I nomi riecheggeranno in aula, ma padre e figlio sentiranno solo l’eco lontano delle contestazioni del pm Enrico Arnaldi Di Balme che ha chiuso le indagini sul gruppo Assisi 16 mesi fa con un’operazione storica eseguita dal Gico di Torino. Bilancio: 417 chili di cocaina sequestrati nei porti europei, 3,9 milioni di euro in contanti rinvenuti sotto terra a San Giusto Canavese, oltre 1000 chili di polvere bianca transitati dal Sud America verso Torino con la tecnica del rip-off dentro i container imbarcati sui cargo.

Undici imputati hanno scelto il rito abbreviato che si è chiuso in primo grado, il 23 settembre 2016, con condanne complessive a 120 anni di carcere (c’è anche Antonio Agresta, lo zio del pentito Domenico Mc Donald, condannato a 19 anni). Ma figurano anche un altro figlio di Nicola Assisi, Pasquale Micheal (13 anni e 10 mesi) e la moglie del broker, Rosalia Falletta, nomade sinta, una figura carismatica, una donna «nera» dell’associazione condannata a 8 anni e 6 mesi. Bella e abile. Risoluta: impartivi ordini in assenza del marito.

Profilo criminale

Il profilo criminale di Assisi prende forma nel 1997. Lo arrestano gli uomini della Dia per un carico di 200 chili di cocaina sequestrato a Feletto Canavese Nel 2000 viene condannato a 14 anni e 4 mesi: la sentenza diventa definitiva nel 2007, ma lui è già scomparso. Lo cercano tutti e il Gico lo trova 7 anni dopo. A luglio del 2014 lo arrestano all’aeroporto di Lisbona. E’ appena sbarcato dal volo TP0030 della compagnia aera Tap Portugal. Ha un passaporto falso a nome Javier Varela, ma la nostalgia della moglie lo ha tradito. Nelle chat Blackberry parlano della loro vacanza «clandestina», affittano una villa che costa 10 mila euro al mese. «Non vedo l’ora di vederti» scrive lei. Il Gico decripta i messaggi con il software «Minerva». La donna lo aspetta allo scalo e lo vede sfilare circondato dai poliziotti del Serviço de Estrangeiros e Fronteiras.

Pochi giorni dopo il Tribunale portoghese lo mette all’obbligo di firma in attesa che la Corte si esprima sulla validità del mandato di arresto europeo. Assisi non aspetta e scompare nel nulla. E’ uno dei tanti conti aperti tra giustizia italiana e lusitana. Non è il primo che scappa. Non sarà l’ultimo.

Un broker d’oro della cocaina

Gli investigatori lo considerano uno dei tre broker attualmente più influenti nel panorama del narcotraffico europeo. «vende soltanto a cartelli di ‘ndrangheta di Milano, Torino e provincia di Reggio Calabria», spiega il colonnello Alessandro Luchini, capo del Gico. E compra la cocaina in conto vendita. La paga cioè solo all’arrivo. E’ un nome-una garanzia, Nicola Assisi. E i figli hanno seguito le sue orme.

L’ultima traccia degli «uomini d’oro» di san Giusto l’ha scoperta Irpi, un’agenzia di giornalismo investigativo: «In Brasile, nell’agosto 2015 – Patrick ha registrato presso uno studio legale di Ferraz de Vasconcelos, una zona povera e degradata di San Paulo, una piccola azienda. Si chiama “Poli Pat 9” e come attività ufficiale – spiega Cecilia Anesi, la giornalista che ha condotto l’inchiesta insieme al collega Giulio Rubino – commercia cartoleria e prodotti sanitari e informatici e infine offre trasporto su gomma. Quattro business completamente diversi in un’azienda sola».

Questo articolo è stato pubblicato su La Stampa il 23 febbraio 2016.

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