Paolo Biondani, Vittorio Malagutti e Leo Sisti

C’è un buco nero nel cuore dell’Europa, un piccolo Stato grande come la provincia di Bergamo, ma con la metà degli abitanti, appena 550 mila. È il Lussemburgo, membro fondatore dell’Unione europea, stretto tra Francia, Germania e Belgio.

È un Paese ricco, ricchissimo. La sua fortuna sono le tasse. Quelle degli altri. Nel senso che da almeno mezzo secolo è diventato la meta preferita delle aziende alla ricerca di un trattamento fscale di favore. Dalle multinazionali alle banche, dalle imprese famigliari ai grandi marchi della moda, migliaia di società hanno trovato rifugio all’ombra del fsco leggero dell’unico Granducato superstite sulla carta geografca del mondo. Un sistema cresciuto anche grazie al lungo governo di Jean-Claude Juncker, premier per diciotto anni e ora alla guida della Commissione europea.

I documenti che “l’Espresso” pubblica in esclusiva per l’Italia raccontano nei particolari il funzionamento di una macchina che ha consentito al più piccolo Stato dell’Ue di accumulare una ricchezza straordinaria, con reddito pro capite di oltre 100 mila dollari, il più alto del mondo, quasi il triplo di quello italiano. Sono 28 mila pagine di dossier confdenziali che descrivono gli accordi siglati da oltre 300 società di tutto il mondo, tra cui molte italiane, con le autorità lussemburghesi. Grazie a queste intese, il peso delle tasse è stato ridotto in misura sostanziale, se non azzerato. Il materiale presentato nell’inchiesta de “l’Espresso” è stato raccolto da un network giornalistico americano, The International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), e viene pubblicato in contemporanea da 26 testate di diversi Paesi.

I contratti sono tutti siglati Pricewaterhouse (Pwc), la multinazionale della revisione di bilancio e della consulenza che ha assistito le aziende nel negoziato con il governo del Lussemburgo. Nei fle troviamo alcuni dei marchi più conosciuti del business mondiale: da Amazon a Ikea, da Deutsche Bank a Procter & Gamble, da Pepsi a Gazprom, fino alle italiane Finmeccanica e Intesa e ai fondi di Deutsche Bank e di Hines che nel nostro Paese hanno realizzato affari miliardari transitando dal Lussemburgo per risparmiare sulle tasse. Il sistema funzionava, e ancora funziona, secondo un tacito, reciproco accordo.

Le aziende spostano nel Granducato fussi fnanziari per centinaia di miliardi di dollari e in cambio hanno la possibilità di un trattamento tributario d’eccezione. A farne le spese sono i Paesi d’origine delle società, costretti a rinunciare al gettito sugli affari dirottati nel paradiso fscale. Secondo ICIJ, sui 95 miliardi di dollari di proftti che le grandi società americane hanno realizzato oltremare nel 2012, passando per il Granducato, hanno lasciato al Fisco del Lussemburgo poco più di un miliardo di dollari, appena l’1,1 per cento.

Il jolly vincente

La carta jolly del Lussemburgo, il cuore del reticolo di norme che giocano a suo favore, sono i ”tax ruling”, altrimenti defniti anche “advanced tax agreement” (ATA). I contratti che “l’Espresso” ha potuto consultare riguardano solo una parte delle migliaia e migliaia di ruling siglati. I testi ottenuti dal network giornalistico ICIJ sono relativi alle transazioni preliminari presentate, per l’approvazione, dalla Pricewaterhouse, a nome dei propri clienti, al “bureau d’imposition”, conosciuto in gergo come “sociétés 6”. In genere vanno da 20 a 100 pagine, a volte molte di più, specialmente quando vengono riportate, come promemoria, precedenti richieste. I protocolli descrivono architetture finanziarie molto complicate, con rimandi a testi di legge e intese internazionali. Molto spesso si fa ricorso a strumenti fnanziari ibridi – è il caso dei prestiti infragruppo – che in sostanza permettono di schivare le tasse sia nel Paese di origine di chi li utilizza, sia, in pratica, in Lussemburgo.

Rifugio sotto assedio

I ricchi affari della piazza fnanziaria del Lussemburgo, cresciuta anche negli ultimi anni nonostante la crisi internazionale, hanno fnito per provocare la reazione dei suoi grandi vicini. E sono partiti gli attacchi, soprattutto dall’interno della Ue. Il Granducato è sotto assedio. Paesi europei come Francia, Germania, Italia e anche gli Stati Uniti, sembrano decisi a chiudere le falle dell’evasione e dell’elusione fscale internazionale.

D’altra parte le cifre parlano chiaro. Ogni anno dai conti dell’Unione spariscono 1.400 miliardi di euro. Pochi mesi fa la Commissione di Bruxelles si è scagliata contro il meccanismo dei “tax ruling” mettendo sotto inchiesta Amazon e Fiat Finance, accusate di aver spuntato un aiuto di Stato illegale. Il mese scorso, poco prima di lasciare l’incarico, il responsabile Ue della concorrenza, lo spagnolo Joaquin Almunia, ha voluto mettere in chiaro che «con bilanci pubblici così striminziti è importante che le grandi multinazionali versino la loro giusta quota di tasse». Sotto tiro sono entrati così anche i già citati strumenti finanziari ibridi. Entro il 2015 il trattamento fscale di questi titoli dovrà essere uniforme in tutti i Paesi dell’Unione europea, Lussemburgo incluso.

Del resto Algirdas Semeta, commissario uscente alla tassazione, è stato chiaro: «Quando si abusa di regole per evitare di pagare qualunque tassa, allora dobbiamo cambiarle». Fin qui le dichiarazioni d’intenti e i primi, ancora parziali, interventi concreti. Certo è che per un paradossale scherzo della storia, alla presidenza della Commissione europea, chiamata a serrare le fla nella lotta ai paradisi fscali, è approdato all’inizio di novembre Jean Claude Juncker, primo ministro del Lussemburgo dal 1995 al 2013, dominus e in parte artefce di un sistema fscale che ha consentito al Granducato di arricchirsi alle spalle del resto del mondo.

La Difesa Ducale

Nel marzo scorso Juncker aveva rilasciato un’intervista dai toni accesi al settimanale tedesco “Der Spiegel”, in cui respingeva sospetti e attacchi. «L’affermazione dei socialisti francesi che io favorisco attivamente l’evasione fscale è un insulto contro il mio Paese e la mia persona», ha scandito il politico più potente del Lussemburgo, designato al vertice della Commissione dai capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Unione e poi confermato dal Parlamento con i voti dei popolari e di gran parte dei socialisti.

A luglio, però, mentre si avvicinava il voto per la nomina al vertice della Commissione, i toni di Juncker si sono addolciti e in un discorso tenuto a Bruxelles ha promesso di «combattere evasione ed elusione fscale (…) per introdurre principi etici nello scenario fscale europeo». Il pressing ai confni del Lussemburgo ha però già portato risultati fino a qualche tempo fa impensabili. A metà ottobre, i ministri delle Finanze dei 28 Paesi Ue hanno trovato un compromesso sullo scambio automatico di informazioni fscali. E per la prima volta anche il Lussemburgo si è impegnato a collaborare con le autorità degli altri Stati membri impegnati in indagini sull’evasione tributaria. L’accordo non entrerà in vigore prima del 2017 e alcuni esperti nutrono dubbi sulle modalità con cui l’intesa di massima raggiunta a livello politico sarà poi tradotta in norme concrete.

È la prima volta, però, che il segreto bancario viene messo in discussione dai Paesi, come anche l’Austria, che all’interno della Ue avevano fn qui trovato ogni scappatoia legale per non allinearsi alla posizione comune. I politici del Granducato si stanno preparando ai tempi nuovi. Si spiega anche così l’offensiva di pubbliche relazioni lanciata dal ministro delle Finanze lussemburghese Pierre Gramegna, che il prossimo 2 dicembre sarà in Italia, a Milano, per illustrare alla comunità fnanziaria i numeri e le occasioni d’affari del suo Paese. Il mese scorso però lo stesso Gramegna ha ribadito: «Il Lussemburgo non è un paradiso fscale. Lo dico forte e chiaro».

Italian connection

Questione di punti di vista. L’Unione europea sembra decisa a metter fne alla disparità di trattamento che hanno fn qui consentito al Paese di Juncker di attirare enormi fussi capitali in fuga dalle tasse. Moltissime le società italiane, anche se di recente la pressione della nostra Agenzia delle Entrate ha convinto molti imprenditori, alcuni grandi nomi come Prada e Dolce & Gabbana, a fare marcia indietro verso l’Italia. Nei documenti riservati della Price compare una folta rappresentanza tricolore. Oltre alle società già indicate, l’elenco comprende altre banche, come Unicredit e Sella. Ma soprattutto la Hines, il grande gruppo Usa che a Milano ha realizzato investimenti miliardari per ridisegnare un intero quartiere del centro città. C’è anche la N&W Global Vending di Valbrembo, citata con il “Project Neptune”. È l’operazione che ha portato nel 2008 la numero uno nelle macchine di distribuzione di cibo e bevande ad essere acquistata da Barclays e Investcorp, una fnanziaria del Bahrein, con interessi negli Stati del Golfo. Menzionato anche il gruppo Rinascente Upim fnanziato nel 2009 dal braccio immobiliare della Deutsche Bank, la Deutsche Bank Real Estate Global Opportunities IB Fund. Incursioni in campo immobiliare sono state fatte in Italia anche dal gruppo inglese European Property Investors.

Un altro business del 2010 in Lussemburgo riguarda Sportfve Group, leader mondiale delle agenzie di diritti per il calcio, legato a 250 club e a una decina di campionati nazionali. In Italia cura i diritti di marketing e commerciali di Sampdoria, Atalanta e Juventus. Nei fle ottenuti da “l’Espresso” ci sono operazioni che riguardano il nostro Paese condotte da trentuno società di tutti i settori: una parte viene descritta nell’articolo a seguire, le altre saranno pubblicate nelle prossime settimane.

Multinazionali che passione

La crema dei più grandi gruppi mondiali è di casa in Lussemburgo, dove si mettono a punto piani per cospicui fnanziamenti. La palma va a Procter & Gamble (Gillette, prodotti di bellezza, igiene orale, profumi): quasi 80 miliardi di dollari a suon di certifcati che coinvolgono anche la fliale italiana di Roma. Segue l’americana Abbott Laboratories (prodotti farmaceutici): oltre 50 miliardi di dollari. E, ancora, tra i tanti protagonisti, Bayerische Landesbank (l’ottava banca tedesca): 500 milioni di euro; Carlyle Group (private equity): 240 milioni di sterline e 150 milioni di dollari; Eon Group (tedesco, energia, gas): 2,55 miliardi di euro; Gazprom (la più grande compagnia russa, gas): 4 miliardi di dollari; Glaxo Smith Kline (farmaceutica): 6,25 miliardi di sterline; Heinz (Usa, food company): 5,7 miliardi di dollari; il fondo Permira, che controlla Hugo Boss insieme ad alcuni membri della famiglia Marzotto: 284 milioni di sterline.

Ma gli accordi sono relativi anche ad altri colossi, come il fondo Blackstone, Accenture e Burberry. Un esempio? Stando ai fle esaminati dal network, nel 2009 Amazon grazie alla deduzione di royalties per molte centinaia di milioni ha dichiarato per le sue attività europee proftti per soli 14,8 milioni di euro, limitandosi a pagare 4,1 milioni di tasse nel Granducato.

Pricewaterhouse

Il colosso della revisione scrive nel suo sito di essere il più grosso fornitore di servizi professionali del Lussemburgo. E giorno dopo giorno continua a crescere. Attualmente è forte di 2.455 dipendenti, ma l’anno scorso aveva previsto di assumere ancora entro la fne del 2014. In risposta alla richiesta di commenti ricevuta da ICIJ, Pricewaterhouse ha ribattuto che la documentazione utilizzata è «datata», composta di informazioni «rubate»: inoltre, «il furto è all’esame delle competenti autorità». La multinazionale ha poi ribadito che le sue consulenze fiscali rispettano «le leggi internazionali, europee e locali». E che, nella sua attività si attiene al «codice di condotta della società».

“Monsieur ruling”

“Sociétés 6” è, come s’è visto, l’uffcio delle imposte familiare ai manager della Pricewaterhouse. Che qui entrano per discutere delle loro proposte fiscali.

Ed è qui che per più di vent’anni ha regnato Marius Kohl, 61 anni, arbitro e giudice unico, soprannominato “monsieur ruling”, in pensione dal 2013. Di recente l’ha intervistato il “Wall Street Journal”. Dipingendolo così: porta capelli raccolti con un codino, occupava una stanza modesta, ingentilita da un calendario Pirelli, dono dell’azienda di pneumatici che a lui si era rivolta per alcune questioni. Al giornale Usa ha dichiarato: «Il lavoro che ho fatto ha certamente portato benefci al Paese, per quanto forse non in termini d’immagine». È stato defnito «il guardiano dell’unica porta attraverso cui le società possono entrare nel paradiso fscale del Lussemburgo». Aveva la mano rapida, monsieur Kohl. In un solo giorno, è riuscito a frmare ben 39 pareri positivi, lui che sovrintendeva alla gestione di migliaia di “tax agreement”. Una velocità costante, tradotta in 548 “comfort letters”, ovvero il timbro uffciale dell’approvazione fnale, in otto anni: una ogni cinque giorni. Per la gioia della finanza mondiale in cerca di risparmi fscali.

Ecco gli italiani col fisco su misura

I grattacieli giganteschi che hanno cambiato il panorama di Milano. I palazzi storici della Regione Sicilia. Gli investimenti affidati dai risparmiatori italiani alle grandi banche. Gli affari internazionali dell’industria statale delle armi.

C’è un pezzo d’Italia nelle 28 mila pagine di documenti fscali lussemburghesi scoperti dall’International Consortium of Investigative Journalists e pubblicati da “l’Espresso” in esclusiva nazionale. Centinaia di pagine di documenti che riguardano il nostro Paese. Sono i patti segreti con il fsco del Granducato. Grazie a questi accordi, in gergo ruling, alcuni grandi investitori sono riusciti a ridurre al minimo le imposte da pagare in Italia su importanti operazioni. Affari miliardari tassati pochissimo grazie alla generosa legislazione lussemburghese. Un nome su tutti: il colosso immobiliare Hines, che con i capitali raccolti in Lussemburgo ha ridisegnato, tra grattacieli, giardini e nuove strade, una fetta importante del centro di Milano, tra i quartieri Isola, Garibaldi, Porta Nuova e Varesine. Hines è guidata in Italia da Manfredi Catella, a lungo fnanziato da Salvatore Ligresti, poi uscito di scena causa dissesto. Ma nelle carte esaminate da “l’Espresso”, insieme a banche come Intesa San Paolo, Unicredit, Marche e Sella o aziende di Stato come Finmeccanica, compaiono anche i fondi immobiliari targati Deutsche Bank, che insieme al gruppo Pirelli di Marco Tronchetti Provera si sono messi in affari con la Regione Sicilia dell’allora governatore Salvatore Cuffaro, poi condannato e tuttora in carcere.

I documenti che “l’Espresso” ha potuto consultare riguardano solo i ruling siglati con la consulenza di Pricewaterhouse Coopers (Pwc), la multinazionale della revisione di bilancio e della consulenza attivissima in Lussemburgo. Spesso gli accordi fanno riferimento a precedenti intese siglate con il fsco del Granducato. In questi casi risulta quindi più diffcile fornire dati precisi sulle somme in gioco e i vantaggi concreti ottenuti dalle aziende. Le carte di Hines, per esempio, riguardano un ruling dell’agosto 2010, che richiama solo stralci di quattro intese precedenti, siglate a partire dal 2006. Ma il risultato fnale resta chiaro: le holding lussemburghesi che tirano le fla del grande intervento edilizio a Milano hanno visto ridursi a pochi spiccioli le tasse sui loro proftti. A tutto vantaggio degli investitori, a cominciare dalla stessa Hines e dal gruppo Ligresti.

Senza contare che le società del Granducato controllano fondi immobiliari di diritto italiano, gli stessi che hanno gestito il grande business dei nuovi quartieri nella metropoli lombarda. E anche i fondi immobiliari, nel nostro Paese, sono soggetti a un particolare regime fiscale molto favorevole ai sottoscrittori. Al vertice della costruzione targata Hines c’è un fondo americano collegato a una società anonima con base nel paradiso fscale del Delaware. Da qui si diramano tre strutture di holding e sub-holding lussemburghesi, dove compaiono i soci italiani. La maggioranza è sotto il controllo di Hines. Poi ci sono i Ligresti, tramite la holding Premafn o le compagnie di assicurazioni Fonsai e Milano, che all’epoca del ruling (2010) erano controllate dalla famiglia. Una quota minore (3,44 per cento) fa capo alla Coima, la società di famiglia di Catella. Le tre strutture societarie sono state fnanziate (anche dai soci italiani, secondo il ruling) con speciali strumenti, chiamati “bond ibridi”. Sono titoli con caratteristiche molto simili alle obbligazioni, cioè debiti da rimborsare con gli interessi.

La legge lussemburghese permette però di considerare questi stessi bond come “equity”, cioè capitale di rischio investito in azioni. Proprio questo è uno spiraglio in cui si inflano gli investitori alla ricerca di sconti sulle tasse. Nel documento protocollato il 25 agosto 2010, i consulenti di Pwc presentano al Fisco del Granducato «le conclusioni raggiunte nel nostro incontro di oggi»: l’obiettivo è considerare quei bond come azioni, quindi quote di capitale. In questo modo gli strumenti ibridi finiscono sotto l’ombrello della cosiddetta Pex (che sta per “participation exemption”): grazie a questo regime fscale diventano esenti da tassazione le plusvalenze realizzate con la vendita di quote azionarie.

Una forma di Pex è stata introdotta anche in Italia, nel 2004, dall’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ma la versione del Lussemburgo resta molto più vantaggiosa: nel Granducato è possibile sottrarre dalle tasse l’eventuale deprezzamento della partecipazione, oltre alle minusvalenze in caso di vendita. Due benefci che in Italia sono esclusi. Hines Italia, interpellata da”l’Espresso”, dichiara di «occuparsi solo dei fondi italiani», per cui «non è coinvolta nelle questioni fscali degli investitori esteri». Mentre Coima precisa di «non aver mai preso parte» ai ruling e comunque la sua «limitata partecipazione al fondo Isola»è «soggetta esclusivamente alla fscalità italiana». I consulenti di Pwc si sono occupati anche di un affare che ha per protagonisti la Deutsche Bank, il più grande istituto di credito tedesco, e la Regione Sicilia dell’allora governatore Cuffaro.

L’operazione, che ha preso le mosse nel 2007, ruota attorno al fondo Global Opportunities, gestito da Deutsche Bank attraverso una piramide societaria che parte dallo Stato americano del Delaware, transita da Malta e infne approda in Lussemburgo. E qui, all’ombra della favorevole legislazione fiscale del Granducato, prosperano le holding che tirano le fla di alcuni fondi immobiliari italiani. Col nome in codice di un vino, “Malvasia”, il ruling datato 2010 identifca l’operazione che ha portato sotto l’ombrello di Global Opportunities un gran numero di palazzi ceduti dalla Regione Sicilia. E confuiti in un apposito fondo immobiliare. Un’operazione discussa, perché l’ente pubblico si riprendeva in afftto quegli stessi palazzi pagando canoni milionari. Polemiche anche sulla selezione dei soci privati: accanto a big del livello di Prelios (all’epoca controllata da Pirelli), compare anche un immobiliarista di Pinerolo, Ezio Bigotti.

Il ruling sottoposto alle autorità fscali del Lussemburgo riguarda anche in questo caso il trattamento fscale da riservare ai bond ibridi. Questa volta però i consulenti giungono alla conclusione, approvata dalla controparte, che quei titoli vadano trattati come debito. Il risultato fnale è comunque favorevole agli investitori. La legge del Granducato, infatti, è molto più generosa di quella italiana anche sugli interessi: quelli passivi si possono detrarre senza limiti dai redditi, mentre per quelli attivi la tassazione è bassa o nulla. Irrisorie anche le imposte sui proftti, regolate proprio dai ruling: le holding pagano l’1 per cento; le sub-holding lo 0,25; le sub-subholding lo 0,125 per cento. Signifca che per ogni milione di proftti incamerati in Lussemburgo, la tassazione massima è di diecimila euro. Il gruppo Pirelli, contattato da “l’Espresso”, ha precisato che «nessun ruling è mai stato chiesto» da alcuna sua società e neppure dalla partecipata lussemburghese «Bicocca sarl», per cui gli «eventuali benefci fscali» potrebbero riguardare altri. Per molti anni chi ha investito tramite il Lussemburgo ha fatto affari d’oro anche grazie a una distorsione di una direttiva europea (chiamata “madre-fglia”), originariamente varata per evitare casi di “doppia tassazione”.

Come dire che una società- fglia può distribuire proftti esentasse a una società-madre con sede in uno Stato diverso. Il presupposto logico è che le tasse le paghi quest’ultima nel suo Paese. Ma il sistema dei bond ibridi ha spesso consentito di realizzare una “doppia non tassazione”: sui redditi legati a questi particolari titoli non viene pagata nessuna imposta, né in Italia né in Lussemburgo. Una prassi consacrata proprio dai ruling. L’Ue, nei mesi scorsi, ha varato una modifca di quella direttiva: in futuro i prestiti ibridi non potranno più azzerare le tasse in entrambi i Paesi. Ma i proftti già incamerati restano intoccabili. I ruling lussemburghesi sono stati utilizzati anche da banche italiane per “ottimizzare” i carichi fscali.

Ad esempio la Banca delle Marche, che oggi è in gravi difficoltà, nel 2005 aveva creato in Lussemburgo una società di gestione di un fondo. Nel 2010 l’allora vertice dell’istituto ha trasferito alla società lussemburghese altre attività, di cui il ruling non precisa il valore. A quel punto la banca si rivolge alle autorità per stabilire un valore di “avviamento” e quindi la misura dell’ammortamento da dedurre fscalmente. Ruling analoghi sono stati frmati nel 2009 da Unicredit International e nel 2008 dalla San Paolo Bank, una controllata lussemburghese dell’istituto di Torino, che a fine 2007 si è fuso con Intesa. Dal punto di vista italiano, il problema è la provenienza dei beni da ammortizzare. Arrivano dall’Italia? E come sono stati trasferiti alla controllata in Lussemburgo?

Sono possibili due ipotesi. In caso di cessione, si porrebbe una questione di correttezza del prezzo dichiarato: una direttiva europea, infatti, impone di rispettare parametri oggettivi, proprio per evitare manovre fscali tra società dello stesso gruppo. Nel caso opposto di scissione, invece, il riconoscimento di un avviamento in Lussemburgo, con relativo ammortamento, costituisce un vantaggio fscale non riconosciuto in Italia. Banca delle Marche, interpellata da “l’Espresso”, precisa che la sua società lussemburghese «promuoveva fondi la cui gestione era delegata a Eurizon del gruppo Intesa» e comunque «è stata liquidata nel dicembre 2011», per cui oggi «il ruling non ha più nessun effetto».

Da Unicredit e Intesa San Paolo, per ora, nessun commento. Anche Banca Sella nel 2009 ha siglato un ruling, con l’obiettivo di trasferire le perdite della sua controllata lussemburghese a una nuova società, nata da una scissione. Questo tipo di benefcio è ammissibile anche in Italia, ma a condizioni molto restrittive, di cui non c’è traccia nel ruling. Confermando il contenuto dell’accordo, Banca Sella ha chiarito a “l’Espresso” di aver «cessato ogni operatività in Lussemburgo nel 2011», quando ha ceduto la sua controllata «al gruppo Credit Andorra». Quindi «il ruling ha permesso di trasferire all’acquirente i benefici fiscali delle perdite». Mentre la scissione «non ha trasferito alcuna attività dall’Italia al Lussemburgo». Nei documenti di Pwc spunta anche un gruppo pubblico come Finmeccanica, che nel 2010 si è rivolto alle autorità lussemburghesi per ristrutturare le proprie società nel Granducato evitando tasse aggiuntive.

Un riassetto in due mosse: liquidazione di Mecfnt, con distribuzione dell’attivo alla società-madre; e fusione di Finance dentro Aeromeccanica, controllata dalla capogruppo italiana. Finmeccanica per ora non ha risposto alle richieste di chiarimenti. Mentre il testo del ruling non specifica quali volumi di denaro siano entrati e usciti dalle società lussemburghesi di Finmeccanica, attive fn dagli anni Novanta. Di certo in quel periodo migliaia di aziende hanno trasferito la tesoreria in Lussemburgo, per gestire i prestiti tra società interne al gruppo approfttando dei vantaggi fscali previsti anche per gli interessi (sia passivi che attivi). È dunque verosimile che Finmeccanica abbia creato le sue fnanziarie lussemburghesi per raccogliere prestiti all’estero e abbattere le imposte in Italia. Se fosse così, il risultato sarebbe memorabile: perfno un’azienda di Stato avrebbe utilizzato il Lussemburgo per pagare meno tasse. Allo stesso Stato italiano che la controlla.

Ha collaborato Alfredo Faieta

Questa inchiesta è stata pubblicata sul settimanale L’Espresso il 13 novembre 2014. 

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