di Cecilia Anesi e Giulio Rubino

Li chiamavano “I napoletani della tuscolana” ed erano un vero e proprio clan camorristico nato nel quartiere Cinecittà della Capitale. Sotto il comando del boss Domenico Pagnozzi avevano messo le mani in ogni tipo di affare: dominavano il narcotraffico, gestivano le estorsioni, reinvestivano i profitti in attività imprenditoriali. Ma soprattutto sapevano tenere ottimi rapporti con le altre realtà criminali di Roma, grazie alle alleanze con importanti clan di camorra e ‘ndrangheta e grazie al famigerato nome del loro capo.

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Pagnozzi infatti era in strettissimo contatto con Michele Senese, originario di Afragola (Napoli) ma trapiantato a Roma fin dagli anni 80.
Senese, detenuto dal 2013 con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Giuseppe Carlino, è un personaggio che incute rispetto e paura a Roma. Era affiliato al clan Moccia della camorra, a sua volta parte della Nuova Famiglia del boss Carmine Alfieri.

Arrivato a Roma poco dopo la fine del potere della “Banda della Magliana” è stato il centro di gravità attorno a cui si è stretta per anni la vita criminale romana ed è per primo riuscito, con il suo carisma e la sua storia sanguinaria, a creare un clan camorristico ‘autoctono’, cioè affiliato si alla camorra napoletana, ma decisamente romano nella sua struttura e nel suo modo di operare.

L’operazione ‘Tulipano’ condotta ieri dai Carabinieri di Roma ha messo le manette a 61 persone, tutte accusate di associazione mafiosa e altri reati. Ancora una volta, dopo l’inchiesta “Mondo di Mezzo” Roma emerge non solo come luogo privilegiato di investimenti mafiosi, o come sede degli affari che legano certa politica al crimine organizzato, ma come nuova terra di conquista dove le mafie stanno ricreando la stessa struttura di potere che ha permesso loro di prosperare nelle loro terre d’origine.

Infatti i ‘napoletani della tuscolana’ di Domenico Pagnozzi, bersaglio principale dell’operazione di ieri, sono anch’essi un clan della camorra ‘romana’, autoctono e indipendente. Il loro boss, Pagnozzi, era gerarchicamente piazzato subito sotto Michele Senese.

Più volte condannato per associazione mafiosa, omicidio e detenzione di armi da guerra, Pagnozzi è stato anche riconosciuto come l’esecutore materiale dello stesso omicidio Carlino per cui è stato condannato anche Senese. Erano assieme durante la guerra di camorra contro i Cutolo. Prima del carcere Domenico Pagnozzi si era conquistato una vera e propria posizione da boss: Antonio Bardellino, boss dei casalesi, gli aveva affidato il controllo di un importante ‘feudo’ fra Avellino e Benevento.

Dentro e fuori dal carcere per tutta la vita, nel 2005 Pagnozzi ha ottenuto di trasferirsi a Roma sotto sorveglianza speciale. Qui la sua storia gli ha permesso subito di trovare una posizione di grande prestigio e di ‘fondare’ un suo clan molto vicino a quello del boss Senese, tanto da fare addirittura da suo ‘reggente’ quando questi si trovava in carcere.

Le indagini sulla ‘federazione criminale’ Senese-Pagnozzi, sono iniziate nel 2008, e hanno portato alla luce una rete impressionante di relazioni con altri clan e mafie in tutta Italia. Uomini di Pagnozzi si occupavano di usura, estorsione e traffico di stupefacenti in collaborazione con la pericolosa cosca dei Pelle della ‘ndrangheta calabrese, hanno nascosto latitanti come Giuseppe Sarno, boss dell’omonimo clan camorristico, hanno fatto affari con i Casamonica, famosa famiglia criminale romana di origine Rom, da sempre impegnata nel traffico di droga.

Ma le partnership di Pagnozzi non si fermano qui, almeno cinque diversi clan della camorra e tre della ‘ndrangheta facevano regolarmente affari con lui: Perreca, Mazzarella, Panico, Amato, Pesacane della camorra e Albanese-Raso-Gullace e Molè della ‘ndrangheta.

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I soldi erano gestiti da un uomo di fiducia di Pagnozzi, un nome che lascia sospettare anche un legame con il gruppo criminale scoperto nell’indagine “mondo di mezzo”. Si tratta di Massimiliano C., personaggio legato da sempre alla destra eversiva dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari, un gruppo terroristico neofascista attivo fra il 1977 e i primi anni 80), la stessa organizzazione di cui faceva parte Massimo Carminati, ex-NAR, ex membro della Banda della Magliana e arrestato come boss dell’organizzazione scoperta con l’indagine “mondo di mezzo”.

Massimiliano C. si è anche occupato di reinvestire i soldi di Pagnozzi in attività legali: ha inserito il clan in un commercio di preziosi e di orologi di lusso, tramite il propietario di un orologeria del centro città, e ha investito nel progetto di tecnologia WiMax, un consorzio di 420 aziende che sta sviluppando una nuova tecnologia di internet a banda larga.

Oltre alla droga e alle estorsioni, il clan Pagnozzi aveva acquisito il predominio sul gioco d’azzardo, un ottimo sistema di riciclaggio per il denaro proveniente da altre attività. Le slot machines di tutta la zona Tuscolana-Cinecittà erano sotto il suo monopolio, un dominio sostenuto con violenza e minacce ovunque necessario.

Il metodo di infiltrazione dei ‘napoletani della Tuscolana’ è stato raccontato da un ex-imprenditore, che ha testimoniato come, strozzato da debiti contratti con un usuraio, è stato prima costretto a spacciare droga per il clan, poi estromesso dal controllo del suo locale notturno, e infine costretto a scappare da Roma per paura di essere ammazzato, e trasferirsi fuori città dove oggi fa il pastore.

Assieme agli arresti, le autorità hanno anche sequestrato ingenti beni e patrimoni al clan: dodici fra bar ed esercizi commerciali, trenta immobili per un valore di quasi 5 milioni di euro, 222 conti bancari, 72 veicoli e 20 società.

Questo articolo è stato pubblicato su Correct!v l’11 febrraio 2015.