di Lorenzo Bodrero e Alessia Cerantola

Il giornalismo italiano è in crisi? Lo abbiamo chiesto direttamente a coloro che svolgono quotidianamente il mestiere di giornalista. I risultati del questionario a cui hanno risposto 700 partecipanti e stilato da IRPI (il centro italiano di giornalismo di inchiesta) tracciano un quadro a tratti preoccupante del settore dell’informazione. Come per esempio il fatto che il 21% sia privo di un contratto di lavoro o che il 57% di coloro che non lavorano in una redazione non viene ricontattato dal redattore per una verifica delle informazioni riportate nell’articolo. Ma andiamo con ordine.

giornalisti che cambiano

Clicca l’immagine per interagire con i dati.

Formati sì, ma non troppo

I dati sulla formazione scolastica sono discordanti. Da un lato, il 72% afferma di aver completato almeno l’università (di questi un quinto ha conseguito un master universitario), dall’altro il 76% dichiara di non aver frequentato una scuola di giornalismo. Questi dati confermano la discreta alfabetizzazione di coloro il cui mestiere è tenere informata l’opinione pubblica, tuttavia la percentuale di chi ha seguito una formazione specifica per la professione è assai ridotta.

Gli strumenti con cui si fa informazione

Alla trasformazione del mondo dell’informazione in Italia si accompagna un lento adeguamento anche del mondo tecnologico. Le email hanno infatti superato il telefono come strumento con cui ci si relaziona con la redazione e i tablet stanno sostituendo gli appunti cartacei. L’uso di strumenti informatici ha sì velocizzato il processo di produzione delle notizie, senza però sviluppare strumenti e pratiche adeguate e diffuse per verificarne il contenuto.

Ma attenzione perché alla categoria non fa granché onore un dato sul fact-checking. La verifica da parte di un redattore delle informazioni presenti all’interno di un articolo avviene “di rado” per il 57% dei giornalisti “esterni” (che non fanno parte di una redazione). “Personalmente mi è capitato una sola volta che ci fosse uno scambio di email con il redattore per le modifiche al mio pezzo o una verifica”, afferma Roberto Tofani, giornalista freelance di 38 anni.

Tra i social più utilizzati dai giornalisti si confermano Facebook(84%) e Twitter (74%), seguiti da LinkedIn (52%). Risulta invece scarso l’utilizzo di social network per la condivisione di video come strumento professionale.

La maggior parte delle persone che hanno risposto al questionario lavorano principalmente per quotidiani cartacei locali (23%), seguiti da chi lavora per testate online e quotidiani nazionali. Come tipo di ambito, prevale la cronaca (52%) seguita dalla politica (29%) e dalla cultura (29%). Per quanto riguarda invece il formato utilizzato, le storie vengono riportate soprattutto sotto forma di notizia (54%), mentre seguono l’approfondimento in stile reportage (13%) e l’inchiesta (12%).

La presenza del web sembra aver cambiato le abitudini di chi scrive. Il 40% degli intervistati afferma di impiegare meno tempo a scrivere un pezzo per il web rispetto a quello necessario per un articolo destinato alla carta stampata. Per il 39% delle persone i tempi rimangono invariati. Il 38 % dei rispondenti dice di creare due differenti versioni per il web e per piattaforme tradizionali.

E come ci si procura le notizie? Per la maggioranza, quasi il 66% dei giornalisti, le fonti più utilizzate rimangono quelle dirette e proprie. Il web risulta essere il principale luogo da dove pescare informazioni per un quinto (20%) dei giornalisti intervistati, un dato che evidenzia quanto le notizie raccolte di prima mano siano in forte diminuzione. E’ interessante notare che per il 32% dei rispondenti la qualità dell’informazione delle agenzie di stampa è peggiorata.

Le cause di questo cambiamento si ritrovano anche nel calo delle forniture delle agenzie alle istituzioni, con un conseguente calo del fatturato, spiega Antonio Moscatello, redattore di TM News. “Questo ha portato gli editori dapprima a una compressione dei costi, poi a politiche di ristrutturazione pesanti attraverso il ricorso a stati di crisi e ammortizzatori sociali, come i contratti di solidarietà difensiva”. Le conseguenze, secondo Moscatello, sono state “una diminuzione della presenza dei giornalisti al lavoro, politiche di pesanti tagli ai costi, e l’utilizzo di collaboratori esterni bravissimi ma sottopagati”.

I precari del giornalismo

Il vero campanello di allarme scatta al momento della verifica della situazione contrattuale. Il 21% dei rispondenti afferma di non avere un contratto di lavoro, a cui si aggiunge un 1,7% di cassa integrati. Il divario economico tra coloro che hanno un contratto di lavoro dipendente (“dipendenti”) e non (“non-dipendenti) è evidente.

Il 72% dei giornalisti non-dipendenti afferma infatti di aver guadagnato meno di 10.000 euro nel 2013, di cui un sostanzioso49% sembra vivere sotto la soglia di povertà, con introiti inferiori ai 5.000 euro. Sono dati che non stupiscono considerato che il 35% di questa categoria  riceve meno di 10 euro per articolo e il 38% non va oltre i 50 euro.

“Da quello che sento in giro, la situazione dei collaboratori è pessima”, commenta ancora Moscatello. “Credo che sia un divario che, al momento, resta volutamente ampio. Ho l’impressione che nel settore molti – e non solo tra gli editori – pensino che quell’”esercito di riserva” da usare a basso costo sia una garanzia di sopravvivenza delle testate”. Essere assunti in una redazione, invece, paga. I lavoratori dipendenti che hanno percepito un salario superiore ai 10.000 euro nel 2013 sono l’81%.

Gli scarsi investimenti portano a un peggioramento anche nella qualità giornalistica espressa, dice Domenico Affinito, senior reporter del gruppo RCS e vicepresidente di Reporters sans frontières. “C’è bisogno di un maggior coinvolgimento dei giornalisti nelle scelte strategiche degli editori: se fossimo coinvolti nella gestione delle aziende editoriali potremmo incidere maggiormente sulla qualità”.

Le differenze proseguono con le domande in merito alle prospettive future della professione. Alla domanda “Ti ritieni soddisfatto della tua attuale condizione economica?”, il 43% dei dipendenti si ritiene “abbastanza soddisfatto” mentre il  58% dei non-dipendenti “per niente”. Inoltre, circa un terzo di entrambe le categorie è concorde nel credere che in futuro la propria condizione economica peggiorerà.

Alle nuove generazioni che intendono cimentarsi nel giornalismo viene dunque spontaneo porgere una domanda fondamentale: si può vivere del solo mestiere di giornalista? Ebbene, ci riesce il 73% dei dipendenti, contro il 16% dei non-dipendenti. Il 46% di questi ultimi afferma infatti di svolgere un secondo lavoro.