di Cecilia Anesi e Giulio Rubino

La ‘Ndrangheta in Svizzera c’è e c’è da più di 40 anni. Questo dice la sentenza del processo ‘Helvetia’ del G.I.P. Domenico Santoro di Reggio Calabria che condanna in primo grado con rito abbreviato Antonio Nesci e Raffaele Albanese a rispettivamente 14 e 12 anni di galera per essere stati ‘ndranghetisti in Svizzera.

È una sentenza storica, che sancisce l’esistenza della mafia calabrese anche in Svizzera e che non lascia più spazio a dubbi: la ‘ndrangheta è presente, ben radicata e potente.

Nesci e Albanese non sono infatti due uomini a caso.

Raffaele Albanese, affiliato alla ‘locale’ di Frauenfeld, capitale del Canton Turgovia, è un “carichista”, ovvero detiene una carica nella società maggiore della ‘ndrangheta.

Antonio Nesci, alias ‘chiacchiarune’ o ‘la montagna della Svizzera’, viene condannato per essere stato il capo ‘locale’ di Frauenfeld, appoggiato direttamente dal clan Mazzaferro di Gioiosa Ionica. Una ‘locale’ è un vero e proprio avamposto criminale, che i clan creano anche in territori vergini per assicurare l’infiltrazione, e che con il tempo diventa una cruciale rappresentanza degli interessi criminali della ‘ndrina ‘madre’ calabrese.

La ‘locale’ di Frauenfeld, hanno evidenziato le indagini e ha confermato la sentenza di primo grado, esiste dagli anni settanta ed era guidata da Nesci fino all’arresto dell’agosto 2014. Un dato di grande rilievo, che conferma come la ‘ndrangheta sia radicata al confine tra Svizzera e Germania da ben 40 anni.

Nesci prendeva ordini dal ‘Crimine’ calabrese tramite la figura di Giuseppe Antonio Primerano, capo clan di Fabrizia (Vibo Valentia), e arrestato a luglio 2013 durante l’indagine ‘Crimine’.

Primerano godeva da tempo di una posizione di primissimo piano che gli permetteva di controllare l’espansione della ‘Ndrangheta oltreconfine. Il boss di Fabrizia aveva infatti già dato autorizzazione ad emigrati calabresi a stabilire in Germania ‘locali’ che avrebbero poi agito sotto le sue direttive. In particolar modo, un ruolo prominente era quello affidato al clan di ‘Singen’, guidato da Bruno Nesci e facente capo, sempre tramite Primerano, all’organizzazione di Domenico Oppedisano.

Erano nati screzi tra la locale tedesca di ‘Singen’ e quella svizzera di ‘Frauenfeld’, che i vertici della ‘ndrangheta d’esportazione avevano dovuto dissipare con un incontro ad hoc, intercettato durante le indagini. Il boss Oppedisano, considerato ‘capo crimine’ e quindi incaricato, per saggezza e anzianità, di dirimere le questioni tra le varie ‘ndrine, aveva dovuto occuparsi della questione. Da allora le ‘locali’ svizzere e tedesche avevano collaborato tra loro, e quelle svizzere sotto la guida di Antonio Nesci avevano espanso le proprie ramificazioni in cittadine tedesche quali Engen. Li infatti si trova il boss Achille Primerano, incarcerato recentemente – di lui ne avevamo scritto anche a gennaio – e scarcerato nuovamente su decisione di un tribunale tedesco.

Una decisione che va in netto contrasto con la sentenza esemplare del giudice Santoro che mette nero su bianco una volta per tutte come l’esportazione del modello criminale ‘ndranghetistico in Stati stranieri sia non solo realtà, ma anche un pericoloso fenomeno sottovalutato. Ci troviamo di fronte ad una ‘ndrangheta che fuori parla tedesco ma che dentro è in tutto e per tutto calabrese: un clone che non gode di indipendenza, anzi – mette in chiaro la sentenza – l’esistenza delle sue ‘locali’ e delle ‘società’ e il cursus honorum all’interno di queste necessitano del riconoscimento e del beneplacito degli organi direttivi centrali calabresi.

Questo articolo è stato pubblicato su Correct!v il 26 ottobre 2015.