di Paolo Biondani e Leo Sisti

Due mesi fa, mentre si preparava a diventare presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker ha respinto sde gnato ogni critica alla piccola ma ricchissima nazione di cui è stato premier dal 1995 al 2013: «Nessuno è mai stato in grado di convincermi che il Lussemburgo sia un paradiso fiscale. Il Granducato adotta mi sure in linea con la legge europea». Poi è esploso lo scandalo Luxleaks: 86 giornali sti del network “Icij” (per l’Italia, “l’Espresso”) hanno rivelato gli accordi segreti (in gergo, “tax ruling”) tra il fsco lussembur ghese e migliaia di grandi aziende a caccia di esenzioni sulle tasse.

Ma il ministro lussemburghese delle fnanze, Pierre Gramegna, resta certo che l’Europa di Juncker assolverà il Granducato: «Le accuse rivolte al Lussemburgo si dimostreranno infonda te. Siamo fiduciosi che la Commissione europea concluderà che nessun privilegio fiscale è stato concesso alle società che hanno chiesto i tax ruling». I due politici hanno senz’altro ragione, nel senso che il sistema fscale del Grandu- cato ha sicuramente rispettato tutte le nor me lussemburghesi. Il problema è che in molti casi sembra avere violato platealmen- te le leggi di altri Paesi, a cominciare dall’I talia. Con distorsioni e abusi sistematici delle direttive europee che regolano le im poste sulle società.

“L’Espresso” ha schedato decine di istruttorie aperte dal fsco italiano contro aziende nazionali o gruppi multinazionali accusati di essersi autoridotti le tasse, in sostanza, utilizzando apposite strutture societarie create in Lussemburgo. Il proble ma riguarda anche altri Stati importanti dell’Unione europea, come Irlanda, Olan da e Gran Bretagna. In tempi di crisi nera e bilanci in rosso, tutti i governi interessati respingono accuse e sospetti di voler attira re aziende straniere offrendo una sorta di elusione legalizzata delle imposte. Sta di fatto, però, che in Italia almeno 35 grandi società, fnite sotto accusa per queste forme di “shopping fscale”, hanno accettato di versare al nostro erario, per mettersi in re gola, non meno di due miliardi e 545 milio ni di euro solo negli ultimi cinque anni. Si tratta di un bilancio parziale, perché riguarda solo i gruppi di maggiori dimen sioni e comprende solo le somme già incassate dallo Stato italiano attraverso indagini fscali recenti e conoscibili.

Al conto si potrebbero aggiungere altri 897 milioni con testati solo ad alcune delle stesse 35 grandi aziende, ma non ancora riscossi. Mentre molte altre inchieste, anche penali, sono ancora segrete. In questo elenco, inoltre, non rientrano le accuse di frode internazio nale per nascondere capitali all’estero, magari in paesi offshore, come quelle che hanno portato a sequestrare alla famiglia Riva il miliardario “tesoro dell’Ilva”: i casi qui considerati, invece, riguardano solo i benefci ottenuti in Europa alla luce del sole. Vantaggi che il fsco italiano considera abnormi, ma che per Lussemburgo, Olan da o Irlanda, sono del tutto legali.

I re della moda

Molte grandi firme del made in Italy hanno “ottimizzato” le tasse spostando in altri Paesi europei, soprattutto in Lussemburgo, le società che commercializzano marchi e licenze, le tesorerie fnanziarie o le casseforti personali dei proprietari. Al pri mo posto nella classifca delle riscossioni, almeno per ora, c’è il gruppo Prada, che l’anno scorso ha versato al fsco italiano circa 470 milioni. L’istruttoria riguardava la quotazione della grande casa di moda alla borsa di Hong Kong, che ha fruttato ricchissime plusvalenze, incassate all’estero tramite società olandesi e lussemburghesi. Un caso aperto da una verifca della Guar dia di Finanza, che nel luglio 2013 sequestrò i computer del commercialista milanese del gruppo.

Ora la stilista Miuccia Prada e il marito manager Patrizio Bertelli non solo hanno sanato la pendenza fscale con quel versamento record, ma hanno anche ripor- tato in Italia la catena societaria di control lo, come precisa la società a “l’Espresso”. In questi mesi anche il gruppo Armani ha regolarizzato i suoi rapporti con l’estero saldando all’erario italiano circa 270 milio ni: nel mirino c’erano i fussi fnanziari a favore di tre gruppi di società consociate tra l’Europa e Hong Kong. Ammonta a 56 milioni, invece, la somma sborsata dalla famiglia Marzotto per chiu dere la pendenza fscale sulla società lus semburghese Icg, creata per incassare i proftti della vendita del gruppo Valentino al fondo Permira. Quest’ultimo ha poi ri venduto la stessa casa di moda a un gruppo del Qatar.

Sempre Permira ha versato al fsco italiano altri 70 milioni per una ver tenza sui fussi fnanziari con il Lussembur go e le isole britanniche. Altri due fondi esteri molto attivi nelle scalate a grandi aziende italiane hanno aderito in questi anni ai verbali notifcati dal nucleo di Milano della Finanza: Apax ha versato 12 milioni, Bc Partners altri 17. Anche Domenico Dolce e Stefano Gabbana, pienamente assolti dalla Cassazione nel processo penale, hanno versato circa 40 milioni di Iva, contestata dal fsco ita liano alla loro struttura lussemburghese. Resta invece aperto un contenzioso-bis da 340 milioni per le imposte sui redditi.

Nel 2004 infatti, per gestire i marchi D&G, era stata creata in Lussemburgo la società Gado, che pagava solo il 4 per cento di tasse. Comunque il verdetto fscale defni tivo riguarderà solo il passato: anche i due stilisti infatti hanno già rimpatriato le loro ex lussemburghesi. Intanto Bulgari, acquistata nel 2012 dal gruppo francese Lvmh, ha versato 42 mi lioni al fsco nazionale: sotto accusa c’era lo spostamento, in una tesoreria del Gran ducato, di una robusta quota dei proftti incassati in Italia.

Editoria e internet

Tra le indagini in corso, le più importan ti riguardano i colossi della rete, che raccol gono miliardi in tutto il mondo attraverso società lussemburghesi o irlandesi, pagan do tasse minime. Ad esempio Google, che in Italia ha entrate pubblicitarie stimate in oltre un miliardo, nel 2013 ha versato al nostro fsco meno di due milioni, Apple 4,8 milioni, Amazon 840 mila euro, Facebook 170 mila, eBay zero. In casi come questi l’arma dei nostri inquirenti è il concetto di «stabile organizzazione»: quando un grup po estero sostiene che in Italia ha solo uffci di rappresentanza o società di servizi, il fsco può ribattere che si tratta di una vera azien da, non dichiarata.

Per questo l’Agenzia delle entrate ora ha denunciato Apple alla Procura di Milano, che ha aperto un’inchie sta per evasione: sotto accusa 225 milioni di tasse non pagate, nel solo biennio 2011 2012, su un presunto imponibile di oltre un miliardo. La Guardia di Finanza sta inda gando anche su Amazon, Google e altre società di Internet, ma queste istruttorie sono ancora segrete. Per ora eBay è l’unico big di Internet che ha dovuto liquidare 4 milioni al fsco italia no per i soli proftti del 2009. Intanto la sede fiscale del gruppo si è spostata in Svizzera.

E la nostra Agenzia delle entrate continua ad approfondire. Stessa situazione per la Walt Disney, che in Italia si presenta come società di servizi: senza ammettere alcuna colpa, la società americana ha comunque sborsato all’era rio italiano circa 25 milioni. Apple, interpellata da “l’Espresso”, di chiara che «paga ogni dollaro ed euro di tasse dovute», «è continuamente oggetto di verifche in tutto il mondo» e in Italia ha già vinto un processo fscale per gli anni 2007 2009, per cui è «sicura che l’accertamento in corso giungerà alla stessa conclusione».

Google defnisce «normale che un’azienda sia sottoposta a controlli fscali» e chiarisce di aver pagato «2,6 miliardi di dollari di tasse, pari al 20,4 per cento degli utili, solo nei primi nove mesi del 2014, la maggior parte negli Stati Uniti», mentre in Europa «rispetta le normative di tutti i Paesi» e ha stabilito la sede in Irlanda per benefciare degli «incentivi fscali utilizzati da molti governi per attrarre investimenti che creano lavoro e crescita: se ai politici non piacciono queste leggi, hanno il potere di cambiarle».

La Disney invece precisa che «le maggiori imposte corrisposte» riguardano «transazioni con società del gruppo sottoposte a tassazione piena negli Stati Uniti e in Gran Bretagna». Negli anni d’oro dell’editoria, anche le aziende italiane hanno aperto società lus semburghesi. Il gruppo Cir (editore de “l’Espresso”) ha chiuso la relativa vertenza versando all’erario italiano 12 milioni. Mentre Mediaset per la sua lussemburghe se ha pagato 21 milioni.

Industrie multinazionali

In questi casi tra le pratiche sotto accusa c’è il “transfer pricing”: prezzi e costi ricaricati, nei rapporti tra società dello stesso gruppo, per trasferire i proftti italiani alla casa madre o comunque all’estero. Per uscire da una vertenza di questo genere il gruppo americano Verizon ha saldato al fsco italiano 41 milioni. Arcelor Mittal, che opera nel nostro paese attraverso una hol ding lussemburghese, ha pagato 47 milioni. Altri 38 sono arrivati da Glencore, che ha la base fscale in Svizzera. Mentre Ikea Italia, che a Lugano ha la centrale europea per gli acquisti, è al centro di indagini fscali non ancora concluse, per somme che al momen to si aggirano sui 100 milioni di euro.

Nell’ottobre 2014 il patron di Luxottica, Leonardo Del Vecchio, ha staccato un assegno di 146 milioni per chiudere un contenzioso sui dividendi incamerati in Lus semburgo dalla sua società-cassaforte Delfn. La stessa holding di famiglia aveva già versato al fsco italiano altri 235 milioni per sistemare una pendenza del 2009 nata proprio dal trasloco della capogruppo dall’Italia al Lussemburgo. Il gruppo Techint della famiglia Rocca ha sanato con 25 milioni una questione fscale maturata nel 2010: sotto tiro la tassazione di oltre mezzo miliardo di dividendi che dall’Italia, via Lussemburgo, risalivano a tre società delle Antille Olandesi, capeggia te dalla San Faustin di Curaçao.

Dopo il 2010 la catena di controllo del gruppo, a cui fanno capo le italiane Techint, Tenova e le cliniche Humanitas, è traslocata dai Ca raibi in Lussemburgo. Proprio da qui è tornata in Italia, nel 2012, la holding Sintonia della famiglia Benetton, che negli stessi mesi ha chiuso una lite tributaria su quella società lussembur ghese girando al nostro fsco quasi 20 milioni di euro. Tra le «stabili organizzazioni in Italia», invece, il primato spetta alla tedesca Bosch, che ha versato ben 324 milioni. E poi ha subito la beffa di non vedersi riconoscere in Germania quelle tasse italiane. Anche Wind ha avuto grossi problemi per il travaso di ricavi a favore di consocia te estere, in particolare lussemburghesi, attive nel periodo in cui era controllato dal magnate egiziano Sawiris.

Dopo essersi opposto a rilievi per oltre un miliardo, il gruppo si è messo in regola con il fsco ita liano versando, in totale, circa 200 milioni. Fastweb invece ha composto le sue ver tenze tributarie con circa 70 milioni, che si aggiungono alle somme sborsate dal suo ex azionista Silvio Scaglia, assolto da ogni accusa penale per l’affare Mokbel: un asse gno di 63 milioni, calcolato sulle plusvalen ze da lui incassate in Lussemburgo mentre si dichiarava residente a Londra.

Banche e finanza

In questo ramo molte indagini scottanti sono ancora in corso. Tra quelle più recen ti e non più segrete spiccano le verifche f scali su una società irlandese di Mediola num, sotto tiro per 344 milioni di redditi esentasse, che le Fiamme Gialle considera imponibili. Il gruppo fondato da Ennio Doris precisa di considerare tutte le accuse «illegittime», di averle contestate anche attivando un «arbitrato europeo» e co munque, per prudenza, ha «già accantona to a bilancio circa 60 milioni».

La banca Fortis è invece al centro di un caso notevole di “dividend washing”: ci sono società offshore che sembrano vende re azioni di società italiane proprio alla vi gilia della distribuzione dei dividendi, ab battendo così le tasse a poco più dell’1 per cento; ma subito dopo le ricomprano. Il tutto, grazie a un contratto speciale che in pratica consente di spartirsi quel “rispar mio fscale”. Alla fne la banca, che agiva per conto di ricchi clienti, è scesa a patti impegnandosi a riconoscere all’erario un totale di 240 milioni.

Mentre pochi giorni fa l’italiana Azimut, «solo per uscire dall’in certezza e senza alcun riconoscimento» di colpe, ha chiuso una vertenza sul “transfer pricing” accettando di sborsare 117 milioni. Tutte le società citate in questo articolo, interpellate da “l’Espresso”, dichiarano di aver sempre rispettato la legge e di non aver mai realizzato alcuna evasione o elusione delle tasse. Nessuna, però, ha smentito le cifre che risultano già riscosse dall’erario.

Ha collaborato Alfredo Faieta.

Questa inchiesta è stata pubblicata sul settimanale L’Espresso l’11 dicembre 2014.

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