di Lorenzo Bagnoli, Matteo Civillini e Dario De Luca

Lo scommettitore seriale, oggi, non frequenta più i casinò. A fiches e tavoli verdi si è sostituito il gioco online. Due click, anche da cellulare, e la puntata è fatta. L’Africa è la nuova terra promessa dei paperoni del settore. Sponsorship per il ricco calcio inglese, campagne pubblicitarie imponenti, testimonial famosi e una capillare diffusione di internet e smartphone: Nairobi, per le aziende dell’azzardo, è come Londra. Il settore si mangia ogni anno due miliardi di dollari buttati in giocate dalla popolazione, di cui il 36,1% (dati Banca Mondiale) vive sotto la soglia di povertà. Dopo Malta e Regno Unito, il Kenya è stato per almeno gli ultimi cinque anni il luogo dove investire: un mercato ancora vergine, con pochi competitor, dove gli smartphone sono diventati un bene di consumo anche negli strati più bassi della popolazione. Da questo giugno, però, l’incantesimo si è rotto. Ottenere la licenza è diventata una guerra: la musica è cambiata per questioni di denaro e politica.

Numerosi studi statistici, tra cui quelli di PricewaterhouseCoopers, tracciano una sorta di profilo dello scommettitore medio del Kenya, Paese che insieme a Nigeria e Sudafrica registra il maggior numero di scommettitori in Africa. Per il 70 per cento under 35 e, solitamente, disoccupati. Ma ci sono anche molti minori, attratti dal guadagno facile nonostante la legge vieti loro le puntate: «Nella maggior parte dei casi i giovanissimi giocano con un telefono e la complicità degli adulti o all’interno dei cyber caffè», spiega a Il Fatto Quotidiano Jennifer Kaberi, del National Coordinator for Children Agenda Forum. Ma dove trovano i soldi? «Alcuni fanno i lavori più disparati come il lavaggio auto o i lavori domestici. Qualcuno invece ruba o utilizza i risparmi che servirebbero per le tasse scolastiche». Il gioco inizia quindi a emergere come piaga sociale.

Il nuovo corso è stato imposto dall’attuale capo di Stato Uhuru Kenyatta attraverso il suo ministro dell’Interno, Fred Okengo Matiang’i, che ha fatto del contrasto all’azzardo la sua campagna politica (per quanto la materia non sia di stretta competenza del suo ministero). Ha deciso di sospendere 27 licenze, per riassegnarle a gruppi nuovi, più piccoli. Sui beneficiari ultimi del settore delle scommesse si vocifera da sempre sui media kenyoti. L’ultimo nel mirino, è il figlio dell’ex presidente Kibaki: sarebbe a capo di Odibet, attualmente il gruppo di scommesse più forte del Paese. Persino Matiang’i, il grande censore dell’industria delle scommesse, è tra i presunti beneficiari: avrebbe quote della BetLion, nuova titolare della licenza per le scommesse.

L’attuale regolamentazione ha messo in ginocchio i vecchi titolari delle licenze perché è cambiata la base imponibile sulla quale le aziende dell’azzardo pagano le tasse: invece del netto della vincita, come accadeva prima, ora è l’intero importo giocato, più la vincita. Modifica retroattiva, che riguarda l’intera storia fiscale in Kenya di un’azienda del settore. Il risultato è stato un conto di diverse centinaia di milioni di euro, cifra irricevibile in particolare per tre società – SportPesa, BetIn e BetWay – che pesavano per l’80% del mercato.

La guerra alle scommesse fa in realtà parte di uno scenario più ampio: lo scontro tra Kenyatta e il suo vice, William Ruto, il quale vorrebbe succedergli alle presidenziali del 2022. Gli effetti sono stati immediati: 17 dirigenti stranieri di società di betting e gaming non possono più rientrare nel Paese. È accaduto anche a due cittadini kenyoti di origini italiane: Leandro e Domenico Giovando, padre e figlio. Proprietari di Gamcode, società che in Kenya opera con il marchio BetIn, e che adesso sono bloccati a Londra. Eppure Nico Giovando in Kenya ci è nato. La famiglia è nota per essere proprietaria del residence extralusso Almanara, sulla spiaggia bianca di Diani, dove, tra i tanti, ha trascorso le vacanze il famoso allenatore José Mourinho. «La dirigenza ha avuto diversi incontri con gli organi governativi allo scopo di rinnovare la propria licenza, ma senza successo,» si legge in una nota diffusa a fine settembre da BetIn. «Si è reso impossibile salvaguardare tutte le posizioni lavorative». A rimetterci il posto, sono stati 200 lavoratori, rimasti a casa. Secondo gli avvocati che rappresentano la società, il governo sarà costretto a tornare sui suoi passi: gli effetti sulle casse pubbliche si sentiranno, con il ridursi delle giocate.

Stessa sorte è toccata anche alla rivale storica di BetIn, SportPesa: l’azienda ha annunciato che finché non verrà ristabilito un «ambiente non ostile» in Kenya, tutte le attività rimarranno bloccate. Sembrava impossibile che il colosso potesse cadere: l’azienda sponsorizza il team di Formula 1 Racing Point e anche l’Everton, nella prestigiosa Premier League inglese. Nata nel 2014 grazie a un’alleanza tra investitori bulgari e imprenditori locali, è stata anch’essa più che chiacchierata. Il Guardian a luglio 2019 ci ha dedicato un pezzo, insistendo in particolare sulla totale assenza di trasparenza nei bilanci e sui legami della parte bulgara della proprietà con dei politici a Sofia. Secondo quanto scoperto dai giornalisti inglesi di Finance Uncovered, l’anno scorso Sportpesa avrebbe fatturato più di un miliardo di euro. Numeri da capogiro che fanno rima con un’espansione globale, Italia compresa. Nel nostro Paese l’azienda è sbarcata già nel 2017, quando ha assunto il controllo, tramite Rcs Gaming, di Gazzabet, il portale di scommesse de La Gazzetta dello Sport. Una partnership che continua tutt’oggi perché Sportpesa detiene il 75% delle quote, mentre il gruppo dell’imprenditore Urbano Cairo resta come socio di minoranza.

Dall’Italia all’Africa c’è un passaggio che da più fronti viene ritenuto fondamentale per la crescita del settore delle scommesse. Si tratta del caso di M-Pesa, il servizio di trasferimento denaro nato proprio in Kenya nel 2007. A gestirlo è l’azienda Safaricom, associata al colosso telefonico Vodafone, già coinvolta in passato in alcuni scandali per aver ceduto i dati dei propri utenti al governo. Per usarlo basta un cellulare che viene trasformato in una sorta di portafoglio con codici autogenerati, con cui gli utenti possono effettuare pagamenti, inviare denaro e riceverlo. Compresi i soldi che si vincono scommettendo. A luglio scorso però è arrivato il colpo di scena con il Betting Control and Licensing Board kenyota che ha chiesto a Safaricom di sospendere il servizio alle società di scommesse.

Nesti e Giovando, i decani dell’azzardo alla conquista dell’Africa

La guerra delle licenze per il gioco d’azzardo, in Kenya, è cominciata con una fake news: «Il vicepresidente Ruto ha quote nascoste dentro BetIn», si leggeva mesi fa sulla stampa locale. I documenti ufficiali forniti dalla società a Il Fatto quotidiano smentiscono questa versione. BetIn, infatti, risulta principalmente italiana. Gamcod Ltd, proprietaria del marchio, per il 10% è di Leandro e Domenico Giovando, mentre il 90% è di una società delle Mauritius, Samson Capital Investments Limited, il cui socio di maggioranza è un imprenditore, anche lui italiano, residente a Londra: Stefano Nesti. Un decano, come Giovando, dell’industria dell’azzardo. Il loro fiuto per gli affari li ha portati tra i primi in Africa: i due, infatti, operano insieme anche in Nigeria con il marchio Bet9ja.

Sanno entrambi che se si vogliono mettere al sicuro gli introiti è prudente che le società di gioco abbiano forzieri nascosti offshore e sistemi societari complessi, a discapito della trasparenza. L’azzardo è un gioco rischioso: bisogna adattarsi a mercati e Paesi con regole ed equilibri politici che possono cambiare in un baleno, come dimostra il caso del Kenya. Qui BetIn contava però già sulla reputazione dei Giovando, famiglia molto in vista nel Paese, e contava su due partner kenyoti, uno dei quali sposato con la nipote di Museveni, il presidente dell’Uganda (anche se per i legali di Giovando non è una figura politicamente influente). Non è stato sufficiente.

La partnership tra Nesti e Giovando esiste dal 2012, quando Nesti deve ricostruire una società, Goldbet, che ha rilevato da Paolo Tavarelli, nome all’epoca ancora poco noto, ma ormai ricorrente nelle inchieste sulle scommesse illegali in odore di mafia. Quando Tavarelli lascia Goldbet con il fardello di parecchi debiti per aprire una società concorrente, PlanetWin/Sks365, Nesti inizia la sua “guerra giudiziaria” con l’ex amministratore delegato: i due, dichiarano gli avvocati di Nesti e Giovando al Fatto Quotidiano, «non avranno mai più alcun rapporto». Nesti tra il 2004 e il 2006 è stato socio e manager del rischio anche di Paradisebet, società dei Martiradonna, famiglia che s’incontra spesso nelle inchieste su mafia e scommesse.

A novembre 2018 la Dda di Bari scrive che tra Nesti e i Martiradonna si apre una causa legale nel momento in cui l’imprenditore prova a comprarsi l’intera società. I due – spiegano gli avvocati di Nesti – non hanno più avuto rapporti, per quanto i Martiradonna abbiano cercato di infilarsi anche nei mercati africani dove operano Nesti e Giovando. in Kenya, riporta la procura antimafia di Bari, i Martiradonna avrebbero cercato una sponda, senza mai concludere l’affare, con John Kamara, imprenditore nel settore blockchain e nel gioco online tra i più famosi del continente. In Nigeria, invece, secondo i riscontri dell’indagine Galassia (novembre 2018), contano sull’attuale portavoce della Camera dei rappresentanti, Femi Gbajabiamila e sul fratello Lanre, capo del National Lottery Board, il regolatore del gioco in Nigeria. L’email pubblica del parlamentare risulta tutt’oggi legata a due siti di scommesse, ora non più raggiungibili: quickbet247.info e kwikbet247.info. Quest’ultimo compare anche nelle carte delle Dda italiane: sarebbe un marchio aperto nel 2016 dal politico nigeriano con gli emissari dei Martiradonna e il supporto del fratello Lanre, l’uomo che concede le licenze in Nigeria

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 26 ottobre 2019.
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