di Luca Rinaldi

Il recente omicidio a Dorno (Pavia) della quarantaquattrenne Emanuela Precerutti per mano del compagno Roberto Garini con una calibro 9, regolarmente detenuta per uso sportivo, riporta al centro dell’attenzione il tema del rilascio dei porti d’arma da fuoco e della diffusione delle armi. Nell’ultimo anno in Lombardia gli episodi non sono mancati, a cominciare dalla sparatoria al tribunale di Milano avvenuta il 9 aprile del 2015 per mano di Claudio Giardiello che ha lasciato a terra tre vittime. Anche lui, come Garini, era in possesso di un regolare permesso di porto d’armi per uso sportivo, nonostante i carabinieri avessero espresso riserve alla Prefettura sul rilascio. Allo stesso modo nella recente operazione condotta dai carabinieri di Vigevano che ha portato all’arresto di ventiquattro persone, otto tra fucili e pistole si trovavano nella disponibilità di uno degli indagati, ma ad avere il porto d’armi era il padre.

Claudio Giardiello e Roberto Garini erano tra i 774.679 italiani ad avere un porto d’armi per uso caccia, a cui si aggiungono i quasi 471 mila che detengono una licenza per uso sportivo (nel 2007 erano la metà). Due numeri che sono cresciuti in modo importante, soprattutto nell’ultimo anno: i dati del ministero dell’Interno parlano di un aumento del 12,4% per le licenze a uso caccia e del 18,4% per il tiro a volo. In Italia secondo i dati del Viminale hanno una licenza per porto d’armi più di 1 milione e 300 mila persone, 179 mila in più rispetto al 2011. Nel 2015 sono 165 mila le persone autorizzate da Prefetture e Questure al porto di un’arma in Lombardia, 1.660 in più rispetto all’anno precedente.

Numeri che, dice Daniele Tissone, segretario del sindacato di polizia Silp, «non devono spaventare o provocare allarmismi, anche se va detto che i controlli rigidi, che pure ci sono, a volte non bastano: le carenze del personale della polizia di Stato, specie di quello amministrativo impegnato in questo settore, non permettono controlli adeguati sulla custodia delle armi. La raccolta d’informazioni si risolve troppo spesso in una verifica degli atti d’ufficio, senza l’approfondimento tramite controlli diretti». Un sistema, quello dei controlli, che si divide in due tra coloro che richiedono la licenza per difesa personale, solitamente guardie giurate e persone che svolgono lavori a rischio come gioiellieri o portavalori, e chi invece richiede la licenza per armi a uso venatorio, sportivo e per la detenzione di armi in casa. I primi sono gestiti direttamente dalle Prefetture, mentre i secondi oltre all’ovvio requisito di essere incensurati devono presentare un certificato medico e superare un test per il maneggio delle armi.

La maggiore richiesta di licenze matura anche dietro al crescente consenso che alcune proposte sulla legittima difesa, anche del domicilio oltre che personale, stanno raccogliendo. L’ultima messa in campo con una iniziativa di legge popolare dell’Italia dei Valori che in Lombardia solo tra le province di Bergamo, Brescia e Pavia ha raccolto più di 85 mila firme e oltre un milione in tutta Italia. «Richieste per il tiro sportivo o per la caccia — racconta un addetto ai lavori del settore — nascondono anche una volontà da parte del cittadino di poter avere un’arma a portata di mano presso il proprio domicilio». Tuttavia «negli ultimi anni — spiega Riccardo Zoia, medico legale dell’Università degli Studi di Milano — il fenomeno che va tenuto sotto controllo è l’aumento dei suicidi tra coloro che posseggono un’arma, in particolare tra chi le maneggia per lavoro» dunque appartenenti alle forze dell’ordine. Al contrario sono invece le armi bianche a prendere piede negli omicidi che si consumano in ambito domestico». Intanto l’industria delle armi, fiorente nel Bresciano, fa affari soprattutto grazie all’export. Il 90% della produzione finisce all’estero, mentre il mercato interno, fanno sapere dall’Associazione nazionale produttori armi e munizioni (Anpam), è una parte residuale dei fatturati delle imprese italiane delle armi tra cui Beretta e Fiocchi.

Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera il 9 luglio 2016.

Armi in Regione, la resa dei conti. Antonio Bana: “Mancano dati certi”

Il presidente di Assoarmieri risponde all’inchiesta pubblicata dal «Corriere».

di Luca Rinaldi

«Parlare di Lombardia o di Italia a mano armata, secondo noi, è un allarme ingiustificato». Antonio Bana, presidente di Assoarmieri, l’associazione che riunisce il 90% delle armerie italiane, risponde così all’inchiesta pubblicata dal Corriere il 9 luglio scorso dal titolo «Lombardia a mano armata».

Per voi dunque non c’è una Italia o una Lombardia a mano armata?
«Credo, parlando a titolo di tutti gli associati, che messa così sia un allarme assolutamente ingiustificato».

Si spieghi.
«Tutti i possessori di armi acquistate legalmente hanno regolari titoli per la detenzione a ogni livello e attività, dal tiro a volo alla difesa personale passando per la caccia. Tutti insomma devono sottostare a una normativa che è molto severa, così vale anche per i collezionisti».

Le licenze per i porti d’arma in quattro anni sono aumentate di 180 mila unità.
«Una gran parte degli aumenti è dovuto al tiro sportivo che si sta diffondendo. Dall’altra parte abbiamo un leggero calo, tolte le zone tradizionali, delle licenze per uso caccia».

Tra questi numeri non si nasconde un maggior desiderio di avere un’arma in casa?
«Nessuno nasconde nulla. È palese, e legittima, la volontà di possedere un’arma o più a seconda delle necessità e delle attività alle armi correlate. Non credo che la difesa della propria casa, del proprio luogo di lavoro, dei propri beni e dei propri familiari sia un’attività riprovevole o illecita».

Una parte delle Forze dell’ordine riconosce che la difesa del domicilio possa portare a ulteriori problemi di ordine pubblico. Non è d’accordo?
«Da soggetto che detiene regolarmente delle armi ho il diritto più che sacrosanto, in caso di minaccia grave alla mia persona, di utilizzarle. Così come chiunque può utilizzare un coltello da cucina. Diverso è andare in giro armati e avere reazioni sproporzionate alla minaccia».

Fatto sta che non sappiamo quante armi circolino legalmente nel nostro Paese.
«La procedura è farraginosa e l’unico numero che possiamo avere al momento è quello di una stima. Una rilevazione a tappeto non si fa da tempo».

Un aspetto grave della vicenda, non crede?
«Sicuramente, c’è da rimettere ordine in una burocrazia bizantina. Le armerie ora devono passare attraverso l’ufficio della polizia di Stato che a sua volta si occupa di inviare la documentazione alla Questura che registra il tutto. Una procedura che può innescare dei ritardi».

State lavorando per risolvere la situazione?
«Da due anni collaboriamo con il ministero. C’è la garanzia della totale tracciabilità, ma occorre che l’inserimento dei dati vada snellendosi».

Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera il 30 luglio 2016.

L’Osservatorio su fucili e pistole: “Dati volutamente opachi”

Giorgio Beretta fa parte dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa di Brescia, ha più volte denunciato la mancanza di trasparenza nelle statistiche. “La sensazione è che un vero censimento non lo si voglia fare”.

di Luca Rinaldi

Si stima che in Italia circolino tra i sette e i dieci milioni di armi, per un totale di 4 milioni di famiglie in cui ne è presente almeno una. Il problema è che si tratta, appunto, di stime e per di più risalenti al 2008. Nonostante la possibilità di fare un censimento di ogni singola arma legalmente detenuta, questo tipo di informazione non è reperibile e lo stesso ministero dell’Interno, al momento, non riesce a pubblicizzare il dato, anche se il mercato delle armi non militari fattura circa 800 milioni di euro l’anno nutrendo un indotto da quasi otto miliardi di euro.

Perfino l’Associazione nazionale produttori armi e munizioni (Anpam) fatica a monitorare il mercato interno, sebbene per prima riconosca le difficolta del Viminale nella raccolta e nella pubblicazione dei dati riguardo la vendita delle armi leggere. Una mancanza di trasparenza nelle statistiche interne che non permette di decifrare con esattezza nemmeno l’entità delle esportazioni sia a livello monetario che numerico. Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa di Brescia, ha più volte sottolineato questa mancanza.

Un deficit di trasparenza che nel 2016 lascia più di un dubbio.
«La sensazione è che questo censimento sulle armi che circolano in Italia non si voglia fare. Il fatto che nel 2016 non sia chiaro quanti siano fucili e pistole legalmente detenuti in questo Paese ha dell’assurdo. L’unico dato che si può contare è quello delle licenze per il porto d’armi, ma non basta».

Eppure la cifra esiste e il ministero dell’Interno deve averla, o no?
«La cifra deve esistere anche perché tutti i pezzi venduti, salvo quelli che circolano nei mercati illegali, devono essere denunciati e registrati nelle questure. Il problema è che questo numero non è mai stato reso pubblico dalle autorità. L’esigenza di trasparenza del mercato interno quando si parla di armi è, e deve essere massima».

Abbiamo i soli dati del banco nazionale di prova dunque?
«Esattamente, e ci dicono che nell’ultimo anno disponibile, cioè il 2014 sono state provate 878.821 armi, di cui poco più di 40 mila parti sciolte. Nel 2013 sono state un milione, tra cui più di 430 mila armi lunghe».

Una mancanza di dati che avete riscontrato anche per quanto riguarda l’export militare?
«La relazione inviata alle Camere sulle autorizzazioni all’esportazione non dice nemmeno quest’anno quali siano i Paesi destinatari dei materiali delle 2.775 autorizzazioni rilasciate. Un documento praticamente inutile per verificare in dettaglio le operazioni autorizzate e svolte per esportazioni di armamenti».

Sul versante della circolazione di armi pericolose sono stati fatti passi avanti?
«Quando si maneggia un’arma il rischio c’è sempre. E dunque limitare, come ha fatto il recente decreto antiterrorismo, le armi di categoria B7, cioè i fucili semiautomatici, è stato sicuramente un bene per i cittadini».

Cioè?
«Questo tipo di armi poteva addirittura essere usato per la caccia con la possibilità di detenzione in numero illimitato, lasciando così la strada aperta alla formazione di piccoli gruppi armati».

Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera il 9 luglio 2016.

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