di Cecilia Anesi

“Quello che emerge dall’operazione Stige è che non c’è infiltrazione mafiosa, c’è immedesimazione. Si vede per esempio nell’imprenditore colluso, che è immedesimato con gli affari della cosca. I capi mafia della cosca Farao hanno dato ordine di scongiurare gli arresti, quindi gli atti di violenza – che comunque avvengono – sono relegati a persone non appartenenti al clan. I membri del clan, chi è affiliato, si devono occupare sono di attività di investimento, così da risultare puliti e più difficili da arrestare. Ecco che il controllo imprenditoriale di questa cosca è completo. Questo è vero sia per l’Italia che per la Germania”. E’ quanto sostiene il Procuratore Aggiunto Vincenzo Luberto, intervenuto alla conferenza stampa sull’operazione “Stige” che ha portato all’arresto di 169 persone appartenenti alle cosche del crotonese.

“In Germania la cosca aveva il controllo dell’import dei prodotti cirotani, come vino, agrumi, formaggio, olio e i preparati per la pizza. Per esempio per il vino, spedivano dei pallet di vino ad un ristoratore ignaro (non solo italiani, anche africani, etc) e poi membri della cosca si presentavano dal ristoratore e lo “pregavano” di tenere quel vino. Il ristoratore non aveva scelta” continua ancora Luberto.

I prodotti erano forniti dall’azienda di Caputo controllata dalla ‘ndrina di Casalbuono, del boss Francesco Talarico.

13 le persone arrestate in Germania grazie ad Eurojust, unità di cooperazione giudiziaria europea che ha coordinato le attività tra investigatori tedeschi e italiani.

Arresti a Bisbaden, Frankfurt, Monaco, Stoccarda e Dusseldorf. L’infiltrazione in Germania possibile da una cellula operativa operante a Francoforte, Wiesbaden, Monaco e Stoccarda dove – annotano i magistrati catanzaresi nell’ordinanza che ha portato all’arresto di 169 persone – erano state monopolizzate con metodo ‘ndranghetistico le forniture di vino, prodotti caseari, olio e semilavorati per pizze. Le indagini hanno cosi’ portato all’arresto di 13 persone stabilmente dimoranti in Germania.

“Da questa operazione la cosca Farao ne esce sfaldata – aggiunge Luberto – in quanto tutti e quattro i giovani rampolli sono stati arrestati, sia i figli di Giuseppe che di Silvio, e per la prima vengono arrestate anche le donne del clan”.

Tra queste un ruolo fondamentale era quello assunto dalla moglie di Giuseppe Farao, che in pratica faceva da postina portando le masciate (gli ordini) dal carcere di Padova, dove Giuseppe Farao è rinchiuso al 41bis, fino in Calabria. Questo è stato possibile a causa di una gravissima collusione in carcere, che gli permetteva colloqui senza problemi.

Non bastava il carcere a fermare il vecchio boss eragostolano Giuseppe Farao, 71 anni, patriarca del clan Farao-Marincola. Secondo i magistrati della Dda di Catanzaro ed i Carabinieri, era lui a dettare le direttive alla cosca, colpita oggi dall’operazione “Stige” con 169 arresti. Il potere del boss era radicato del Crotonese, in particolare nell’area di Ciro’, Ciro’ Marina e comuni circostanti, dove operavano due ‘ndrine satelliti: quella di Casabona (Kr), facente capo a Francesco Tallarico, e quella di Strongoli (Kr), facente capo alla famiglia “Giglio”. Ma le proiezioni del clan arrivavano nelle regioni del Nord Italia e della Germania, dove venivano gestite attivita’ commerciali e imprenditoriali, frutto di riciclaggio e reimpiego dei capitali illecitamente accumulati. L’assetto del sodalizio, dicono gli inquirenti, era espressione delle direttive impartite da Giuseppe Farao ed era orientato a privilegiare lo sviluppo imprenditoriale della cosca, affidato ai figli e nipoti del patriarca e sviluppato attraverso il reperimento di nuovi e sempre piu’ remunerativi canali di investimento economico: un’attivita’ per la quale era necessaria la massima tranquillita’, per cui l’ordine era quello di limitare il ricorso ad azioni violente ed evitare gli scontri interni che avrebbero potuto pregiudicare gli “affari”. Il controllo mafioso del territorio era stato demandato ad una serie di “reggenti”, fedelissimi del capo cosca.

I Farao, inoltre, controllavano molte attività imprenditoriali in doverse parti d’Italia, Emilia, Veneto, Toscana, Lombardia.

Addirittura un grosso imprenditore lombardo di raccolta differenziata usava la cosca in Calabria come appoggio: la carta e la plastica in Calabria si dovevano consegnare tutte alla cosca Farao, che poi le consegnava a questo imprenditore. E una parte della plastica veniva riciclata direttamente da Vincenzo Farao, figlio di Giuseppe.

Il controllo sulla politica e sulle amministrazioni appare, inoltre, nitido. Ne sono prova gli arresti effettuati su diversi amministratori locali.

“Il comune di Ciro’ Marina da piu’ mandati e’ espressione della cosca. L’ultima competizione elettorale e’ stata tra due esponenti della cosca. Rischiamo la nostra liberta’ di voto”.

“La cosca controlla i porti di Cariati e Ciro’ Marina. Controlla lo smaltimento dei rifiuti e dispone di una propria azienda che viene intestata a imprenditori che lavorano secondo le direttive della cosca”.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Dispaccio il 9 gennaio 2017.

Pin It on Pinterest

Share This