di Cecilia Anesi e Giulio Rubino

Cè anche il sindaco di San Ferdinando fra gli arresti compiuti ieri nel corso dell’operazione “Eclissi” che ha colpito due ‘ndrine, entrambe appartenenti al ‘Locale’ Bellocco-Pesce della ‘ndrangheta calabrese.

San Ferdinando è uno dei tre comuni che insistono sul porto di Gioia Tauro, punto cardine di moltissime attività criminali della ‘ndrangheta.

Nel corso delle complesse indagini le due famiglie mafiose sono state a volte in violenta contrapposizione, fino al punto che gli investigatori hanno rilevato vere e proprie pianificazioni di ‘guerra’, mentre in tempi più recenti sembravano aver raggiunto una sorta di equilibrio, una ‘pace’ mantenuta con lo scopo di diminuire l’attenzione delle forze dell’ordine sulle attività criminose del gruppo, che permettesse di mantenere il controllo sui traffici illeciti nell’area.

San Ferdinando, secondo le indagini, era saldamente nelle mani dei boss: oltre al sindaco sono indagati anche il vice-sindaco e il principale consigliere dell’opposizione. Per qualsiasi permesso, pratica o concessione, ai boss bastava una telefonata direttamente all’ufficio del primo cittadino, che adesso dovrà rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa.

Al di la del reato associativo, agli arrestati di ieri sono imputati molteplici reati, fra cui estorsione, danneggiamento, possesso e uso illegale di armi, condizionamento delle istituzioni e traffico di stupefecenti.
Nei comuni di San Ferdinando e Rosarno, non si muoveva una foglia che i boss non volessero. Il loro controllo sul territorio era capillare e pervasivo, arrivando fino alle più piccole attività commerciali e stringendo saldamente nella morsa l’intero tessuto sociale.

Fra gli arrestati ci sono anche alcuni cittadini stranieri, comunque integrati all’interno dell’organizzazione: così per esempi Boan Dimitrov S. svolgeva il ruolo di armiere del clan, occupandosi di collaudare e riparare le armi, anche alcune semi-automatiche da guerra. Milena Nikolaeva P. invece, oltre a facilitare la circolazione delle comunicazioni fra i membri del clan, svolgeva il ruolo di prestanome per il ‘capo crimine’ Gregorio M.

Le forze dell’ordine hanno, unitamente agli arresti, attaccato anche le risorse economiche delle famiglie mafiose: oltre10 milioni di euro di beni immobili ed attività commerciali sono stati sequestrati d’urgenza.

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