di Cecilia Anesi e Giulio Rubino

Alle porte di Palermo, oggi, è un momento storico. Grazie alla denuncia congiunta di 36 imprenditori strozzati dall’estorsione, i boss di Bagheria, già incarcerati per mafia, dovranno rispondere davanti ad un giudice anche di estorsione.

A giugno dell’anno scorso erano stati messi in campo 500 carabinieri per arrestare 31 boss del Mandamento di Bagheria, alle porte di Palermo. L’operazione era stata chiamata ‘Reset’, perché aveva praticamente azzerato il mandamento. Alle prime luci dell’alba di oggi è scattata ‘Reset2’, con l’esecuzione di 22 provvedimenti restrittivi in carcere nei confronti di capi e gregari del mandamento. Diciannove di questi si trovavano già in carcere dopo l’operazione dell’anno scorso, mentre tre sono stati identificati e arrestati oggi. Ma ciò di cui devono rispondere tutti i 22 mafiosi ora davanti ad un giudice è un’accusa grave, quella di mafia ed estorsione, all’interno di un quadro probatorio solido e inedito: per la prima volta a Bagheria gli imprenditori strozzati dal pizzo si sono ribellati in blocco.

Uno degli estortori intercettato.

Uno degli estortori intercettato.

Sono infatti ben 36 i denuncianti. Dopo decenni di silenzio hanno deciso di dire basta, e di farlo insieme. È un momento storico per Palermo, per la Sicilia e per l’Italia tutta. Un momento storico per la lotta alla mafia. Il fatto che molti dei boss del mandamento fossero incarcerati non era per gli imprenditori una salvezza. Molti sono prossimi la scarcerazione, e si sarebbero vendicati appena liberi. Ma soprattutto, dal 2003 al 2013 erano i temuti capi mafia in persona ad occuparsi di coordinare l’attività estortiva nel mandamento, dandosi il cambio a seconda di chi di loro si trovasse dietro le sbarre. Addirittura, hanno raccontato alcuni imprenditori stremati dal pizzo, i gregari di alcuni boss erano riusciti a fare versare il pizzo per i boss incarcerati.

A primavera 2013 i Carabinieri del Comando Provinciale avevano fatto scattare le manette ai polsi di 29 boss e gregari del mandamento di Bagheria, culminato in pesanti condanne inflitte a febbraio di quest’anno, e avevano anche identificato Antonino Messicati Vitale, all’epoca latitante, quale reggente della famiglia di Villabate e con un importante ruolo per l’estorsione a Bagheria.

Da allora i Carabinieri avevano continuato ad indagare, arrivando prima all’operazione ‘Reset’ e poi a documentare oltre 50 estorsioni ai danni di imprenditori del territorio. Le estorsioni sono state documentate e confermate grazie anche ai racconti degli imprenditori che hanno detto “basta”. Tra questi c’è anche un imprenditore edile che agli inquirenti ha raccontato come avesse iniziato a “mettersi a posto” già negli anni ’90 e di non essere più riuscito a non pagare, vedendosi addirittura costretto per 10 anni a versare 1.500 euro al mese alla famiglia del reggente del mandamento mentre era in carcere. E non basta, se vinceva un appalto, era costretto a versare ai mafiosi di Bagheria una significativa percentuale.

L’imprenditore è finito sul lastrico: ha dovuto chiudere l’azienda e vendere la propria casa. Storie meno drammatiche ma altrettanto sofferenti sono quelle che hanno raccontato gli altri imprenditori denuncianti, perché il settore dell’edilizia era sicuramente quello più appetibile, ma l’estorsione veniva condotta anche ai danni di supermercati, negozi di mobili e di abbigliamento, attività all’ingrosso di frutta e di pesce, bar, sale giochi, centri scommesse. Il pizzo è stato chiesto anche ad un privato aggiudicatario di un appartamento all’asta giudiziaria. Della seria, non ci si fermava di fronte a niente e nessuno. Perché i soldi dell’estorsione al mandamento servivano, servivano soprattutto per i boss incarcerati, e per mandare i parenti a visitarli e prendere ordini. Per la prima volta però il sistema è crollato in modo sistemico, come un castello di sabbia.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito web di Correct!v il 2 novembre 2015.