di IRPI

Per la prima volta nella storia,  un gruppo di 29 giornalisti, all’incirca uno per ogni stato membro dell’Unione europea, ha fatto ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea nei confronti dell’Europarlamento. L’istituzione europea ha infatti negato loro l’accesso alla documentazione relativa alla rendicontazione delle indennità ricevute dai deputati europei. In tutta risposta è scattato il ricorso: il 13 novembre scorso, i giornalisti si sono rivolti alla Corte di giustizia con sede in Lussemburgo.

Il team aveva chiesto copia dei giustificativi delle spese sostenute dai membri del Parlamento europeo del proprio Paese negli ultimi quattro anni. Nello specifico, sono stati richiesti i documenti che riguardano i soldi che gli eurodeputati ricevono in aggiunta alla loro indennità parlamentare, che comprendono le indennità per le spese generali, il rimborso delle spese di viaggio, le indennità per il soggiorno e quelle per l’assistenza parlamentare. Spese che il Parlamento di Bruxelles si è rifiutato di aprire allo scrutinio pubblico.

L’iniziativa, chiamata ‘Il progetto sugli europarlamentari’ (The MEPs Project), è nata come tentativo pan-europeo di accesso all’informazione lo scorso giugno, quando giornalisti in rappresentanza di tutti gli stati membri dell’Unione europea hanno fatto squadra e richiesto contemporaneamente al Parlamento che ha sede a Strasburgo, Bruxelles e Lussemburgo, accesso ai documenti che mostrano come, quando e per cosa i 751 deputati europei hanno speso le proprie indennità per le spese generali, per i viaggi, per il soggiorno e per l’assistenza parlamentare.

Secondo dati dello stesso Parlamento Europeo, infatti, nel 2014, queste spese hanno rappresentato il 27% del budget annuale dell’intera istituzione, che ammontava a 1,756 miliardi di euro. Una cifra annua di oltre 474 milioni di euro, che copre salari, spese di viaggio, uffici e la retribuzione dei propri assistenti. Circa mezzo miliardo di euro di tasse che i cittadini europei hanno diritto di sapere dove sono andati a finire. Solo per le indennità per le spese generali degli eurodeputati, l’Europarlamento spende ogni mese 3,2 milioni di euro (circa 40 milioni di euro l’anno). Nessuno monitora queste uscite. D’altro canto, gli europarlamentari, che sono gli unici rappresentanti europei votati direttamente dai cittadini, hanno ripetutamente affossato ogni tentativo di regolamentare la materia.

Alla base del rifiuto del Parlamento europeo, avvenuto lo scorso settembre, di accogliere le richieste di accesso alle informazioni avanzate dal gruppo, sono state addotte come motivazioni: la tutela dei dati personali e un ‘presunto’ eccessivo carico di lavoro che il fornire questo materiale comporterebbe. L’Europarlamento ha anche detto di non possedere alcuna documentazione relativa a come i parlamentari spendano le proprie indennità per le spese generali.

I giornalisti si sono così rivolti alla Corte di giustizia dell’Unione europea, sottolineando come l’istituzione non abbia agito come invece ci si aspetti da chi si erge guardiano della trasparenza, secondo quanto proclamato nel trattato dell’Unione Europea.

“Semplicemente negandoci l’accesso ai documenti richiesti il Parlamento europeo sta legittimando il diritto degli europarlamentari di spendere segretamente dei soldi pubblici e offrendo loro una completa immunità dal monitoraggio pubblico dei loro affari. Noi sosteniamo che le ragioni date ai giornalisti nel respingere le loro richieste non abbiano fondamenta in nessuna regolamentazione europea”, afferma il legale del team Nataša Pirc Musar, ex commissario all’informazioni in Slovenia.

“Il nostro progetto sui membri del Parlamento europeo (MEPs Project) non ha precedenti. Questa è la prima collaborazione tra giornalisti di tutta Europa di cui siamo a conoscenza sulla libertà di informazione, e nello specifico sull’accesso di quelli che crediamo indiscutibilmente documenti pubblici di un’istituzione europea. Le indennità degli europarlamentari sono previste per coprire esclusivamente i loro bisogni professionali e non personali, e per questo non dovrebbe essere permesso che rimangano nascoste all’opinione pubblica europea”, afferma la leader del progetto sugli europarlamentari, la giornalista slovena Anuška Delić.

*** Dichiarazione del team del MEPs Project ***

Crediamo fermamente che i documenti relativi all’uso dei fondi pubblici da parte degli europarlamentari, ovvero quelle spese legate esclusivamente all’esercizio del loro mandato ufficiale, siano e debbano essere considerati informazioni pubbliche. E’ per questo che abbiamo deciso di invocare i nostri doveri civici, nonché professionali, di monitorare e analizzare queste spese in nome dell’opinione pubblica europea, andando oltre gli sforzi dell’Europarlamento.

Non chiediamo accesso alla documentazione relativa a come i deputati europei spendano il proprio salario, che è inteso per uso personale e privato. Stiamo chiedendo, invece, accesso ai documenti che mostrano nel dettaglio come vengano spesi tutti quei fondi extra a disposizione degli europarlamentari in aggiunta al loro salario, e solo quegli extra che sono loro dati per lo svolgimento del mandato, in quanto rappresentanti eletti dai cittadini europei.

Siamo d’accordo che gli europarlamentari debbano beneficiare della privacy per quel che concerne la loro vita privata, ma essendo stati scelti dai cittadini per occuparsi della cosa pubblica, i cittadini hanno il diritto di sapere come spendano le risorse pubbliche. Quindi, il livello di privacy che un deputato europeo dovrebbe aspettarsi di godere mentre svolge una funzione pubblica è inferiore a quello di un normale cittadino, ed è giusto che sia così. Il legale del team, nonché ex commissario all’informazione sloveno, Nataša Pirc Musar, è inoltre convinto che “le norme sulla protezione dei dati personali non siano state interpretate nel modo corretto e che il negare l’accesso alla documentazione richiesta sia ingiustificato”.

Il Parlamento europeo ha scritto che le nostre richieste sono state in parte negate perché non in possesso di alcun documento rilevante che mostri come gli eurodeputati spendano le proprie indennità per le spese generali. Noi crediamo che questo sia estremamente indicativo di quanto il monitoraggio delle spese degli europarlamentari manchi di vigore e rende ancora più legittimo il diritto del pubblico di sapere e monitorare le spese di questa istituzione.

All’inizio del mandato, ai deputati europei viene chiesto di aprire un conto corrente separato per ricevere i pagamenti per le indennità mensili, proprio per rendere possibile una maggiore trasparenza. Abbiamo chiesto al Parlamento europeo copie di questi documenti bancari, ma hanno risposto che non ne sono in possesso.

La completa mancanza di monitoraggio sulle indennità per le spese generali degli eurodeputati, che ammontano a quasi 40 milioni di euro l’anno, pone seri dubbi che anche le altre spese dei 751 membri del parlamento europeo non siano monitorate in maniera trasparente, responsabile e verificabile. Il Parlamento europeo assicura, nel mentre nega le nostre richieste di accesso ai documenti, che tutti i necessari meccanismi di controllo sono in piedi. Avendo conferma di casi di frodi in passato sulle spese degli eurodeputati, dall’assumere familiari tra lo staff all’imbrogliare sulle indennità di soggiorno, e avendo sentito anche di altri casi, vorremmo vedere le prove di quanto sostenuto dal Parlamento europeo.

Nel 2009, rivelazioni sul cattivo uso dei rimborsi spese nel parlamento britannico hanno dimostrato che a volte esiste un imponente abuso di questi meccanismi. L’unico rimedio conosciuto è la trasparenza. Saremmo felici di scoprire che gli europarlamentari abbiano usato le loro indennità nel pieno rispetto del testo e dello spirito della legge. Ma non accetteremo, come giornalisti e come europei, che ci venga negato il diritto di vedere con i nostri occhi quale sia la verità.

Contatta il leader del MEPs Project Anuška Delić

Il team del MEPs Project: Tanja Malle (ORF, Austria), Kristof Clerix (MO*, Belgio), Atanas Tchobanov (bivol.bg, Bulgaria), Matilda Bačelić (Lider, Croazia), Maria Psara Phileleftheros, Cipro), Pavla Holcová (Czech Center for Investigative Journalism, Repubblica Ceca e Slovacchia), Nils Mulvad (Investigative Reporting Denmark, Danimarca), Peter Jeppesen (Ekstra Bladet, Danimarca), Sanita Jemberga (Re:Baltica, Estonia, Lettonia e Lituania), Gundega Tupina (Re:Baltica, Estonia, Lettonia e Lituania), Minna Knus-Galán (YLE, Finlandia), Mark Lee Hunter (INSEAD, Francia), Dirk Liedtke (Stern, Germania), Nina Plonka (Stern, Germania), Harry Karanikas (protagon.gr, Grecia), Balázs Tóth (atlatszo.hu, Ungheria), Tamás Bodoky (atlatszo.hu, Ungheria), Gavin Sheridan (thestory.ie, Irlanda), Guia Baggi (IRPI, Italia), Delphine Reuter (freelance, Lussemburgo), Jacob Borg (The Malta Independent, Malta), Hugo van der Parre (NOS, Paesi Bassi), Wojciech Ciesla (Newsweek Poland, Polonia), Rui Araujo (TVI Portugal, Portogallo), Crina Boroş (data journaliste, Romania e Regno Unito), Anuška Delić (Delo, Slovenia), Tina Kristan (Delo, Slovenia), Marcos García Rey (freelance, Spagna) e Staffan Dahllöf (Wobbing Europe, Svezia).