di Lorenzo Bagnoli

“Non sei un traduttore, sei un traditore”. George, rom romeno, viene apostrofato così dai suoi parenti per via del mestiere che svolge ogni tanto: l’interprete giudiziario.

La prima volta che l’hanno chiamato così è capitato durante una festa, un anno fa. Quando l’alcol ha cominciato a sciogliere le lingue, un suo parente alla lontana, con un fratello in carcere, lo ha avvicinato. “Se incontrassi l’interprete che ha mandato in carcere mio fratello gli chiederei i soldi indietro.”

“Perché lo vieni a dire a me?”, risponde George. In realtà, conosceva il motivo: il giorno in cui è andato a prendere servizio, qualcuno lo aveva visto. E le voci corrono. L’altro va avanti: “Se l’interprete non avesse i soldi, gli brucerei la casa e tutto quello che possiede”. “Guarda che l’interprete è un lavoro normale, ti sbagli,” prova a ragionare George. “Loro non fanno le spie.”

“Sbagli tu,” replica quello: “Se non ci fosse stato l’interprete, nessuno avrebbe scoperto mio fratello. L’interprete è un traditore e va sparato. Vado in carcere anche io? Pazienza, almeno mi sono vendicato.”

George racconta questa storia così, ripetendo il dialogo. Lo fa al telefono, mentre è in viaggio. Non è stato semplice raggiungerlo, né farlo parlare: “Rischio grosso,” diceva al contatto che ha permesso a VICE News di intervistarlo.

Ha parlato a patto che non fosse rivelato il suo nome, né la città dove abita. Ha solo indicato i reati commessi dalle persone sotto processo: furti, rapine, sfruttamento della prostituzione.

“Non si sono mai spinti oltre – aggiunge – ma mi è bastato ciò che mi hanno detto per avere paura. Avevo chiesto al giudice di poter entrare da un altro ingresso in tribunale, ma non è stato possibile. Se la situazione non cambia, mi costringe ad espormi ogni volta che devo andare alla sala intercettazioni e attraversare il tribunale. A volte è capitato che non mi presentassi al lavoro, perché vedevo qualche parente davanti al Palazzo di giustizia. Non posso più continuare così.”

Tutto questo per mettersi in tasca, per due ore di lavoro, 14.70 euro lordi, a cui togliere il 24 per cento di tasse. Un obolo che viene liquidato ogni tre mesi, se va bene. E la situazione non cambia a seconda della latitudine: da Nord a Sud del paese, il trattamento ricevuto da George è lo stesso.

Ad altri rom, ad Ostia, è capitata la stessa cosa, in un processo ben più importante: quello su Mafia Capitale. Alla sbarra il clan Spada, di origine rom, parente dei Casamonica. Il 4 aprile 2016 le agenzie battono questa notizia: “INTERCETTAZIONI, INTERPRETE ROM PROCESSO CASAMONICA: MINACCIATO PRIMA DI UDIENZA.”

Già a dicembre 2015, nessun rom voleva lavorare in quel processo.

“Più una lingua è parlata da pochi e la comunità è chiusa, più è facile che questo accada,” commenta Flavia Caciagli, presidente AssITIG (Associazione italiana interpreti giudiziari). Il rischio aumenta ogni volta che l’interprete è chiamato a lavorare in processi su organizzazioni criminali: dalla mafia russa a quella cinese, fino a quella bulgara, nigeriana o albanese.

Il massimo si raggiunge quando il dialetto è talmente sconosciuto da dover chiedere a persone contigue all’imputato di fare da interpreti. Per ovviare, si cerca una soluzione con una lingua terza, ma non sempre è possibile. “Ho incontrato diversi nostri iscritti che mi chiedevano cosa facesse il governo per tutelarli,” racconta Caciagli di AssITIG. “Ho dovuto rispondere ‘niente’.”

Il pericolo non lo corre solo chi compare in aula, ma anche chi interpreta le intercettazioni, costretto com’è dalla normativa attuale ad apporre una firma con nome e cognome in fondo alle trascrizioni.

“In Svizzera ci sono sigle o numeri, invece che nomi. Come associazione abbiamo chiesto di andare in quella direzione, ma ci è stato detto che è impossibile.”

Delle minacce agli interpreti fa cenno anche la Direzione Nazionale Antimafia in un passaggio dell’ultima relazione (datata febbraio 2016): “È stato segnalato (in particolare dalla D.D.A. di Cagliari) il problema della tutela nei confronti di interpreti che potrebbero trovarsi esposti a situazioni di rischio personale o familiare, in quanto vittime di ritorsioni ad opera degli indagati,” si legge nella relazione.

“Rispetto a tali problemi, solo la tempestiva ricerca ed individuazione di personale qualificato, opportunamente reperibile attraverso elenchi su base nazionale ed adeguatamente remunerato, potrà consentire di ottenere efficaci e concrete risposte.” Se si guarda alla storia recente dei processi di Cagliari, probabilmente si tratta di interpreti dall’arabo, viste le numerose inchieste su presunte cellule jihadiste nel 2015. La soluzione proposta dalla stessa Dna, però, è molto lontano dalla situazione di oggi. Le paghe sono ferme dal 2002, la stessa miseria a cui è costretto George.

Nessun dato, nessuna regola

In Italia non esiste un unico registro che raccolga tutti gli interpreti, e ogni Tribunale fa storia a sé. Nemmeno le credenziali per accedere alla professione sono le stesse in ogni palazzo di giustizia. Per quanto, formalmente, il Parlamento abbia recepito la direttiva europea 2010/64, che in teoria avrebbe dovuto fissare alcune regole.

“Chiunque, nei fatti, può diventare interprete, soprattutto se parla lingue poco conosciute,” è il commento amaro di Sandra Bertolini di AITI. Dal settembre del 2015 “AITI ha collaborato alla redazione di una norma tecnica per traduttori e interpreti (UNI 11591:2015) che lavorano in ambiti diversi, dove vengono delineate le competenze, le conoscenze e le abilità che servono per definire i criteri per la selezione, che non possono includere solo la conoscenza della lingua.”

Sono norme introdotte dalla legge 4/2013 per le professioni non regolamentate, attraverso cui si cercano di garantire standard minimi di qualità. L’Associazione da anni denuncia compensi insufficienti e liquidati con mesi di ritardo. Il lavoro dell’interprete è pagato a vacazione, ossia ogni due ore di servizio. La prima vacazione è pagata 14,68 euro, la seconda 8,15 euro (entrambe lorde).

“Non sei un traduttore, sei un traditore”

“Al massimo, in una giornata possiamo essere pagati 80 euro, a meno di circostanze straordinarie che decide il giudice,” spiega un interprete cinese di Torino. “Chiunque capisce subito che è molto più conveniente farsi assumere da aziende private, soprattutto se hai già conseguito un diploma.” Soprattutto se sei cinese, vista la richiesta sul mercato.

Il paradosso, alla fine, è che un lavoro delicato come quello dell’interprete giudiziario diventa la gavetta, invece che l’apice della carriera di un interprete. “Non è solo un problema di paura – dice l’interprete cinese –, è soprattutto una questione di opportunità: sono rimasti in Tribunale solo i pochi che credono fermamente in questo lavoro, nella necessità di abbattere i ponti, anche culturali, tra imputato e giudice per garantire un processo giusto.”

“Non è nemmeno solo un problema di soldi,” aggiunge Bertolini di Aiti, “è anche un problema di formazione: chi inizia questa professione spesso non ha gli strumenti per svolgerla al meglio.”

Alcuni pensano di dover suggerire le risposte, o di dover interpretare la domanda. All’AssITIG ricordano un caso di un bengalese che in un processo ha fatto sia l’accusatore che l’interprete in aula, manipolando ovviamente a suo vantaggio ogni singola risposta. “Quando parli ad autorità giudiziarie e magistrati di corsi deontologici, però, alzano le spalle,” aggiunge Caciagli. Alla presidentessa di AssITIG è capitato di dover intervenire nel caso di un processo ai danni di un’organizzazione nigeriana dedita alla tratta delle donne. Una delle ragazze era stata chiamata a fare da interprete. In ogni intercettazione che sbobinava, glissava sul nome del capo dell’organizzazione. “Aveva paura di ritorsioni,” ricorda.

Ad aprile Camera e Senato hanno pubblicato un atteso dossier sull’attuazione della direttiva europea in merito al diritto all’interprete. La relazione ammette che non esistono dati su quante siano le prestazioni di questo tipo di professionisti nel corso di un anno, il che depone già a sfavore dell’applicazione della normativa europea.

Sulla base di dati provenienti dalle procure di Bologna, Roma, Napoli e Palermo alla fine si indica un forfait del 5 per cento del totale delle prestazioni dei periti. AssIGIT, però, rileva che il peso sul bilancio della giustizia non è lo stesso: ci sono altri periti che all’ora vengono pagati anche dieci volte tanto. Eppure a guardare il numero di stranieri nelle nostre carceri, si direbbe che il ruolo che ricoprono gli interpreti sia più importante: in Italia ci sono 18.085 stranieri detenuti, ossia uno su tre (dati al 31 marzo 2016). Difficile che tutti conoscano l’italiano.

Il paradosso di Prato

I Tribunali hanno tutti sul loro sito un elenco di periti e tecnici. A Milano non compare nemmeno il nome di un cinese in lista. A Torino si trovano solo tre nomi, a Verona uno. Prato, che fa 191.150 abitanti e uno ogni dieci di questi è cinese, è sostanzialmente sottonumero di interpreti da vari dialetti del mandarino.

L’ultimo allarme è stato lanciato in aprile: “Trovare un interprete cinese è una missione difficile un po’ per tutti, aziende o istituzioni che siano,”hanno fatto sapere al procuratore generale. “Per il Tribunale di Prato lo è ancora di più. E, forse è il caso di dire, una missione assolutamente impossibile”, scrive il Tirreno.

A complicare le cose ci si è messo anche il consolato, che ha risposto di non essere in grado di trovare nessuno: “Hanno declinato per vari motivi.” Anche in una delle associazioni contattate da VICE News c’era un nuovo socio cinese. “All’inizio era entusiasta. Voleva lavorare nel penale, solo processi difficili. Poi, d’improvviso, ha lasciato, per ricominciare a lavorare nel negozio della sua famiglia.”

Le storie tra procura e interpreti di Prato sono cominciate nel 2010, con lo scandalo “Permessopoli” — a dispetto del nome, una storia per nulla da soffocare nelle pagine di cronaca locale.

Otto persone finiscono in cella: due sono cinesi, quattro sono poliziotti in servizio a Prato, due Carabinieri dei Nas. Gli indagati dell’inchiesta sono più di 30. Facevano tutti parte di quello che la squadra mobile di Francesco Nannucci ha definito “sistema Dong.”

Bangyun Dong, classe 1963, è il console onorario di Prato. Le forze dell’ordine già lo conoscono: qualche precedente per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sfruttamento di mano d’opera in nero. Titolare di un ristorante e un negozio d’abbigliamento chiamati “Chez Tricot”, faceva girare un sacco di soldi.

Il “console onorario” era l’uomo che avrebbe offerto a tutti una nuovo possibilità di vita nella più numerosa Chinatown italiana. Aveva una sorta di ufficio immigrazione parallelo: qualunque pratica passava anche da lui. Due sono state le condizioni chi hanno permesso a Dong di costruire il suo apparato: primo, la corruzione di alcuni poliziotti; secondo, la corruzione dell’interprete. Era una sorta di suo dipendente, l’uomo che soffiava all’orecchio le notizie di prossimi controlli del fisco. Era l’uomo di fiducia del boss, il trait d’union tra l’organizzazione cinese e il mondo italiano.

Il dramma eritreo

Gli eritrei più di tutti hanno attraversato il mare per cercare una nuova vita in Italia. Nel 2015 ci hanno provato in migliaia. In molti ci sono arrivati in tempi diversi, oppure con la connivenza del regime da cui gli altri fuggono, come quello di Isaias Afeworki.

La loro presenza è capillare in tutte le istituzioni che hanno a che fare con il governo italiano. Prima di tutto i consolati e le ambasciate. Noor, a Roma ormai da qualche anno, è un ex giornalista, fuggito perché qualunque libertà gli era impedita.

“Da qualche tempo lavoro come interprete e mediatore nelle associazioni romane,” racconta. Ha cominciato poi alla Croce Rossa e da lì è approdato a Questura e Tribunale. “Sanno che sono uno a posto”. Tradotto, per gli eritrei, significa che non ha relazioni con il regime di Afeworki. Una rarità.

“All’inizio chiaramente nessuno può saperlo – racconta – ma poi appena inizi a conoscere capisci subito da che parte uno sta.” Stare dalla parte del regime significa passare le informazioni che si raccolgono nell’attività di mediazione culturale al governo, che poi andrà a vendicarsi sui pezzi di famiglia ancora in Eritrea. Ad esempio, imponendo una nuova tassa, imposta per ogni membro della famiglia che ha lasciato il paese. Oppure reclamando un nuovo giovane al servizio militare permanente, per infoltire le schiere dell’esercito eritreo, dal 1992 impegnato in una guerra immaginaria con l’Etiopia. Una guerra che ha il solo scopo di tenere nella paura la popolazione.

Alcune associazioni che sostengono la diaspora dell’opposizione eritrea da anni stanno raccogliendo informazioni in merito a chi frequenta i summit del partito di Afeworki e della sua sezione giovanile che ogni anno si tiene in Italia. Molti di loro svolgono appunto il lavoro di interpreti. Alle autorità italiane dicono poco, ma fanno tante domande. Ormai questa voce circola anche tra chi sta per imbarcarsi sulle carrette del mare.

“Per questo gli eritrei hanno così paura a raccontare le loro storie,” spiega Noor. L’effetto del silenzio, però, è la sostanziale impunità dei grandi trafficanti di uomini, che possono agire nel silenzio.

Questo articolo è stato pubblicato su Vice News Italia il 6 luglio 2016.

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