di Leo Sisti

Al ristorante del lussuoso hotel milanese “Four Seasons” il tonno rosso, “scottato alla brace”, è nel menu. Così come in alcuni altri rinomati luoghi di alta gastronomia, ad esempio a New York, dove furoreggia. Il tonno rosso sta sparendo, è a rischio estinzione? Amen!

Al famoso “Nobu” di Londra hanno pensato di salvare la coscienza, ma soprattutto il portafoglio, avvertendo chi si accosta ai loro tavoli: “Il tonno rosso è una minaccia per l’ambiente. Chieda al cameriere un’alternativa”. C’è sempre chi pensa che il requiem per il tonno non ci sarà mai.

Eppure, secondo un’inchiesta di The International Consortium of Investigative Journalists, di tonno rosso, rastrellato dalle flotte del Mediterraneo, se n’è andato il 75 per cento, metà dello stock solo nell’ultima decade. Ogni anno migliaia di tonnellate di questo pesce, pregiato e ricco di omega 3, vengono prese e catturate al di fuori delle norme Iccat, l’ente internazionale che lo tutela. Quantità enormi, destinate ai giapponesi, ghiotti di toro, la polpa del ventre, ottima per il sushi.

Nel periodo del far west ittico, dal ’98 al 2007, un tonno su 3 è finito sul mercato nero, generando un fatturato di 4 miliardi di dollari, 400 milioni all’anno. Secco il commento del biologo marino Daniel Pauly, dell’Università British Columbia di Vancouver: “Il settore della pesca produce tantissimo denaro, è come la droga”.

Sotto accusa, le flotte del Mediterraneo: francesi, spagnole, italiane, turche, ma anche quelle del Nord Africa, che in cambio di una partecipazione alle catture hanno consentito ai vascelli dell’Unione europea di entrare nelle loro acque, ricche e senza troppi vincoli. Ricordando quel recente passato, c’è ora chi si pente. Come il capitano francese Roger Del Ponte, indagato dalla Procura di Montpellier: “Hanno barato tutti. C’erano le regole, ma non ne abbiamo tenuto conto. È come guidare l’automobile. Se non vedo poliziotti in giro, corro”.

Le regole, appunto. In altre parole, le quote assegnate dall’Iccat. In un dossier riservato, elaborato nel 2009 dal Community Fisheries Control Agency (Cfca), l’ente di controllo dell’Ue, si legge: “Per troppi anni s’è pescato troppo tonno rosso nell’Atlantico Orientale e nel Mediterraneo… Lo stock è stato sfruttato oltre sicuri limiti biologici”.

È polemico Marco Costantini, responsabile del Programma mare del Wwf: “Il boom della pesca illegale si è avuto nel 2007. La quota per le navi dell’Ue era di 29.500 tonnellate. In realtà s’è pescato più del doppio”. E allora, dal 2008 ecco la nuova parola d’ordine, dell’Iccat, ricostituire le riserve di tonno rosso, con misure drastiche, ovvero nuovi tagli delle quote: per l’Ue, dalle 28.500 del 2008 alle 22.000 del 2009 e alle 13.500 del 2010; per l’Italia, rispettivamente: 4.188, 3.176 e 1937,50.

Ma allora, dopo l’introduzione del bisturi, come sono andate le campagne da noi? Dice al Fatto Quotidiano il sottosegretario alle Politiche agricole Antonio Buonfiglio, deputato finiano doc: “Nel 2009 abbiamo fermato noi, nei porti, le barche che avevano raggiunto la quota assegnata. Perfino Bruxelles ce ne ha dato atto”.

Secondo il Comando generale della Guardia costiera l’anno scorso sono state sequestrate oltre 87 tonnellate di tonno rosso, con 224 ispezioni. Ecco, il capitolo delle violazioni, i cosiddetti infringements. Mai è stato ritenuto così segreto come ora. I giornalisti di Icij, rivendicando il diritto di accesso ai documenti ufficiali dell’Ue, in base al Freedom Of Information, si sono sentiti rispondere di no, dopo 48 giorni, dalla commissione. Perché? Interessi commerciali e perfino ragioni militari.

Quanto all’Italia, ecco che cosa è successo nel 2009. Sono state registrate 71 violazioni. Tra queste, due casi di “pesca congiunta” non autorizzata. Il primo, tra le navi “Luigi Primo” e “Maria Pia”, ha portato alla confisca di 44 tonnellate. Il secondo, tra cinque barche, alla “liberazione” in mare dei tonni presi.

Il 2010 è stato per l’Italia un anno particolare. Fissata sì la quota di 1.936 tonnellate, ma con imbarcazioni inattive, senza poter pescare. Spiega il sottosegretario Buonfiglio: “Ho firmato il decreto per la moratoria per le 49 imbarcazioni, le tonnare volanti, o a circuizione, quelle a maggior impatto ambientale”. Un provvedimento che ha creato malumore tra gli armatori, che hanno ricevuto in cambio 5,1 milioni di euro, per demolire i loro vascelli. Un’assurdità rilevata da Buonfiglio: “Riducendo la capacità di pesca, abbiamo anche ridotto la capacità di lavoro, con una diminuzione dell’occupazione del 25 per cento. La stranezza è che dimezzando la quota di tonno rosso, si è anche dimezzato il suo prezzo, una misura mascherata della sua regolazione. In altre parole, o c’è una pesca illegale non dichiarata oppure esistono grossi quantitativi stoccati e piazzati nei frigoriferi”.

Sempre Buonfiglio rimarca la follia di tutta politica europea della pesca: “Una pazzia, 16 miliardi di euro spesi in 20 anni, che hanno in pratica finanziato, da un lato la disoccupazione, e dall’altro, la cessione di quote ad armatori extra europei”.

Infine, la nuova frontiera dell’illecito. È, come sottolinea Angelo Pistorio, capo delle operazioni navali della Guardia costiera, la caccia ai piccoli tonni di un chilo. Ai primi di ottobre, a Cetara, una barca ne aveva catturati, e nascosti, ben 500. Una pratica ormai comune. Anche per chi fa pesca sportiva.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano online il 6 novembre 2010.

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