di Luca Rinaldi e Alessandro Da Rold

La cessione della Vitrociset alla Tecnopolo di Antonio Di Murro, in queste ore sul tavolo di Palazzo Chigi, rappresenta una svolta epocale nella storia d’Italia. E soprattutto, se la vendita sarà approvata dal governo, metterà la parola fine a una pagina oscura, che si perde negli Anni di piombo, della P2 di Licio Gelli e della morte di Aldo Moro. Perché per più di 40 anni, la società – che fornisce servizi strategici per istituzioni chiave del Paese, dal ministero della Difesa a Bankitalia fino alla Guardia di finanza -, controllata dalla Ciset, non ha mai rappresentato un problema per il nostro governo, nonostante la catena di comando trovasse il suo terminale in un’isola dei Caraibi e, soprattutto, nonostante il fondatore fosse negli Anni 70 scappato in Messico per fuggire allo scandalo Lockheed. Per raccontare la storia della Vitrociset, che ha i suoi immobili in via Tiburtina ma i soldi all’estero, bisogna andare indietro nel tempo e ritornare al 1976, il 17 febbraio. Sono i mesi caldi dello scandalo Lockcheed, uno dei primi veri casi di corruzione internazionale dove finirono coinvolti e condannati anche i ministri del nostro Paese.

Il caso Crociani

In pochi, in questi anni, hanno ricostruito come il Cavaliere Camillo Crociani, ex presidente di Finmeccanica e fondatore di Vitrociset, un passato nella Repubblica di Salò e su di sé il sospetto di essere stato una spia delle Ss naziste durante la Seconda guerra mondiale, riuscì a scappare dall’Italia. Anzi, l’unico che si occupava in quegli anni di Crociani era Mino Pecorelli, l’avvocato e giornalista di Op (Osservatore Politico), morto ammazzato il 20 marzo del 1979. C’è una coincidenza che vale la pena raccontare. Perché il giorno della morte di Pecorelli uscì il penultimo numero della rivista che tanto destava scandalo in quegli anni. Il titolo di quella copertina di Op era «La Torta Armata». Al suo interno, oltre a un dettagliato racconto delle mazzette Lockheed, c’era proprio la ricostruzione della fuga di Crociani dall’aeroporto di Ciampino. Pecorelli aveva lavorato molto su Crociani, che in quegli anni era ritenuto il “ministro ombra della Difesa”, un personaggio chiave nei delicati equilibri tra la Dc, la P2 di Gelli e persino il Vaticano. Ebbene, nel 1978 e nel 1979 Op rivelò come Crociani, potendo contare su coperture di primo piano all’interno delle nostre forze di sicurezza, riuscì a scappare indisturbato dall’aeroporto di Ciampino con tutta la famiglia, direzione Città del Messico. Innanzitutto, il Cavaliere aveva una doppia scorta, quella dei carabinieri e quella della polizia, «quest’ultima istituita su mandato di Ugo Macera, allora questore di Roma». La prima, invece, gli era assicurata dal generale dei Carabinieri Igino Missori.

La lettera del generale Nicola Falde indirizzata all’onorevole Aldo Moro e agli atti della commissione di inchiesta sulla loggia P2.

Contro entrambi l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga aprì un’inchiesta formale e li rimosse dagli incarichi. Ma oltre a carabinieri e polizia, il numero uno di Finmeccanica, accusato di smistare mazzette a destra e manca, poteva contare persino su un uomo della Guardia di finanza, “il maresciallo Mango” che all’aeroporto romano curò la fuga nei minimi dettagli. Fu un piano studiato a fondo, come ricostruì Pecorelli, con più viaggi avanti e indietro dalla Svizzera tra il 15 e il 17 febbraio e persino l’aiuto di un elicottero del ministero della Difesa oltre che del jet Mystere 20 della società svizzera Aero Leasing: l’ex repubblichino portò con sè anche mogli e figli. «Facchini già convocati raggiunsero le piste di volo», scriveva Pecorelli, «senza passare dall’uscita segnata “Dogana Passaporto”, bensì da un varco laterale, cui i viaggiatori non hanno accesso e che serve soltanto al personale dell’aeroporto». Inizia da lì la storia di Vitrociset, con la morte di Crociani nel 1980 e la lite tra le eredi, la seconda moglie Edoarda, le figlie Camilla e Cristiana.

L’articolo apparso su Op il 20 marzo 1979.

Dopo mesi di trattative, e proprio nei giorni in cui l’azienda è sotto i riflettori dopo il rilascio dei Paradise Leaks, la vicenda Vitrociset sembra essere arrivata a un dunque, anche se la parola fine spetterà al governo che eserciterà la golden power. Vitrociset è una azienda italiana che opera nel campo della gestione di sistemi elettronici e informatici in campo civile e militare per imprese, amministrazioni pubbliche e agenzie governative: sono suoi molti dei sistemi in uso alla Difesa, alla Guarda di finanza, all’Agenzia spaziale italiana e a Bankitalia. L’azienda, di proprietà della famiglia Crociani, è dunque una delle più sensibili per gli interessi nazionali, quindi il dossier sulla vendita è assai delicato perché Vitrociset è custode di informazioni sensibili per la sicurezza nazionale. Il rischio che un tale patrimonio finisca in mani non italiane fa dunque scattare la vigilanza del governo sulla vendita, come successo con Telecom Sparkle. Un anno fa circa sull’azienda si erano posati gli occhi dei francesi di Atos, altro gruppo leader del settore che stando alla stando a un articolo del 2015 apparso sulSole 24 Ore aveva messo sul piatto circa 120 milioni di euro.

Operazione da 60 milioni

Nella giornata del 12 novembre il quadro della proprietà ha iniziato a definirsi, con la famiglia Crociani in uscita e l’imprenditore di Collefferro e azionista di maggioranza del Tecnopolo di Roma Antonio Di Murro che va a rilevare il 98,5% della Ciset, che a sua volta controlla Vitrociset (la restante parte è in mano a Finmeccanica). Un’operazione che vale circa 60 milioni di euro, oltre a immobili ed edifici in mano alla controllata Salaria Real Estate. Una volta terminata la procedura di golden power l’acquisto verrà perfezionato e a fare l’amministratore delegato ci andrà il manager di Leonardo, ex Finmeccanica, Luca D’Amato, che vanta già una certa esperienza nel settore. Per la cronaca, Leonardo detiene l’1,46% di Vitrociset, e le due aziende negli anni nel settore sono pressoché monopoliste sul mercato italiano.

Eppure, nonostante la rilevanza strategica e la segretezza delle informazioni, Di Murro l’accordo lo ha trovato con una società di diritto olandese, la Croci International. La catena di controllo di Vitrociset porta infatti fino al paradiso fiscale di Curacao. Qui la International Future & Investement con un capitale di un dollaro (e con l’aiuto professionisti tributari) controlla a cascata una società lussemburghese (la Allimac Management), che a sua volta detiene il 100% della olandese Croci Holding la quale controlla ancora Croci International.

Società “in paradiso”

Proprio le società “in paradiso” della famiglia Crociani, cui fa capo Camilla, figlia di Camillo che fondò l’impero nel 1956, hanno portato Vitrociset agli onori della cronaca di questi giorni. L’esplosione del caso Paradise Paper, legato alla diffusione dei documenti sottratti allo studio legale offshore Appleby, e portati alla luce dal consorzio di giornalismo investigativo Icij (per l’Italia, Report e l’Espresso), ha reso chiara la catena di controllo della società. Un vestito estero che ha fatto sollevare più di un sopracciglio: «Se da oltre trent’anni una impresa di rilevanza strategica è controllata in questo modo, perché non se ne è mai occupato nessuno prima?». Domanda legittima guardando alle commesse di Vitrociset.

Palla a Gentiloni

Uno spostamento, quello verso i paradisi fiscali, iniziato negli Anni 80. Crociani senior morì nel 1980 latitante in Messico dopo una condanna a due anni e quattro mesi derivante dallo scandalo Lockheed. Tre anni prima, nel pieno dello scandalo, Crociani cedette formalmente la società a Girolamo Cartia, suo braccio destro. Nel 1982 tutte le quote della Ciset passarono alla moglie Edoarda che a partire dal 1987 allungò la catena di controllo tra Olanda, Lussemburgo e Curacao. Così da anni la famiglia è divisa da una causa tra mogli e figli di primo e secondo letto per stabilire la titolarità dei beni. Ora il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni può scrivere una nuova pagina di questa oscura storia italiana.

Questo articolo è stato pubblicato su Lettera43 il 15 novembre 2017.

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