di Lorenzo Bagnoli

Un’ex base militare, a dieci minuti dal mare, trasformata in prigione. I detenuti sono divisi in enormi hangar, una volta usati come depositi. In uno stanno donne e bambini. Negli altri due stanno gli adulti: da una parte migranti dell’area subsaharina, dall’altra quelli del Corno d’Africa. Il primo è l’hangar dei pestaggi, il secondo quello “ufficiale”. A giugno 2019, la struttura conteneva 850 persone, una sopra l’altra. Fuori, un grande cortile nel quale si allunga un campo da calcio, perennemente popolato da bambini, poco oltre un container. Tutt’intorno una recinzione in muratura, color sabbia e bordata di blu. Ogni tanto c’è pure qualche disegno, persino uno schizzo di Spongebob. La interrompe un pesante cancello blu, dal quale si accede alla struttura. A pochi passi, svetta la raffineria di Zawiya, famosa per essere stata luogo di smistamento del gasolio di contrabbando fino almeno all’agosto del 2017. Qui dentro, al centro di detenzione di al-Nasr, comanda un uomo di nome Ossama: un libico basso di statura, stempiato, con i capelli corti e brizzolati. Il carceriere del centro di detenzione di Zawiya. Il suo nome completo, in Libia, lo conoscono tutti: Ossama Milad Rahuma, il cugino del guardacoste libico più noto in Italia, al Bija. […]

Questo articolo è stato pubblicato su Open Migration il 3 ottobre 2019.